BERLU-ALITALIA, come perdere 7 miliardi e farli pagare ai cittadini
Breivik e la destra europea, 1941-2011 (di Gad Lerner)
Scrutiamo la fisionomia –pare chirurgicamente modificata- di Anders Behring Breivik, nella vana speranza di decifrare in quale misteriosa simpatia quel corpo si relazioni alla sua anima. Ha sterminato per un’ora e mezza di fila i ragazzi del campeggio di Utoya, conquistandosi una posizione di rilievo nella storia dei crimini europei.
Sbagliereste però, a considerarlo un inedito. Esattamente settanta anni fa, nell’estate del 1941, quando Hitler scatenò l’”Operazione Barbarossa” rompendo il patto di non belligeranza con Stalin e invadendo l’Unione Sovietica, l’esercito del Terzo Reich si era dotato di speciali Einsatzgruppen con l’incarico di effettuare le fucilazioni di massa nei territori man mano occupati.
Tanti biondi e allucinati Breivik, non solo tedeschi ma pure ucraini, lituani e di altre nazionalità, quasi tutti volontari, ammassavano i deportati di fronte alle fosse comuni e cominciavano a sparare all’impazzata. Non ha stabilito alcun record, Breivik, massacrando un centinaio di ragazzi disarmati, agendo indisturbato in novanta minuti. I cronometristi della pulizia etnica nazionalsocialista valutarono che un commando di mitragliatori, lavorando di buona lena, poteva eliminare fino a diecimila “sottouomini” al giorno. Inventarono le camere a gas perché diecimila ammazzati al giorno non erano abbastanza, bisognava smaltirne di più, e con migliore igiene, affinché risultasse tutelata la purezza della razza (ariana, nordica, o altro), che stava tanto a cuore anche a Breivik.
Non s’inventa proprio nulla, nel campionario del terrore. Sabato scorso, all’indomani dell’attentato di Oslo e della strage sull’isola di Utoya, i giornali della destra italiana titolavano col riflesso automatico sulla probabile matrice islamica. Dagli intelligentoni de “Il Foglio” ai più caciaroni di “Libero”, si trattava per loro di applicare uno schema manicheo nel quale credono da dieci anni: da una parte c’è la civiltà occidentale, giudaico-cristiana e perciò democratica; dall’altra c’è l’islam per sua natura assoggettato al terrorismo.
E’ dall’11 settembre 2001 che ragionano così. Prima di quella data fatidica i nostri provincialotti non avevano neanche sentito nominare Osama Bin Laden.
La mite Norvegia, violata da un sedicente “fondamentalista cristiano” per il quale nessuno evocherà responsabilità oggettive della Chiesa (così come l’ebraismo non fu messo sotto processo nel 1994 quando Baruch Goldstein assassinò col mitra ventinove musulmani in preghiera nella Tomba dei Patriarchi di Hebron), chiude tristemente il cerchio decennale di follia scatenato da Mohammed Atta nel cielo di New York.
Tra gli apocalittici, fanatici pretesi difensori della nostra civiltà, dopo quel fatidico 11 settembre, si ritrovano i cattivi maestri di Anders Behring Breivik. Penso al deputato europeo, eletto qui in Italia, che dopo l’arresto del criminale di guerra serbo Ratklo Mladic, gli manifestò simpatia definendolo “un vero patriota”, condividendone l’ossessione anti-islamica. Io ho deciso di non invitarlo mai più alla mia trasmissione, ma in troppi ci ridono su.
L’Europa si ritrova a fare i conti con un terrorismo di destra generato dalle sue viscere. Dall’idea malata, ma sempre rinascente, che “sangue e suolo” nobilitino la nostra irriducibile e preziosa diversità. Alla vigilia della Prima guerra mondiale, viceversa, un intellettuale profetico come Karl Kraus spiegò bene che “sangue e suolo, insieme, fanno solo venire il tetano”.
Gad Lerner
Travaglio Vs Bersani/2 (rapporto politica/affari)

1. È vero che ai politici, oltre a condotte che dovrebbero essere scontate come rispettare la magistratura, fare un passo indietro se indagati o imputati di reati gravi, applicare la presunzione di innocenza e così via, “tocca produrre riforme che tolgano la possibilità alla corruzione”. Le domando, siccome Lei è stato due volte ministro nei sette anni dei governi di centrosinistra, quando mai ne avete prodotta una: io ricordo solo controriforme che hanno agevolato la corruzione e garantito l’impunità per corrotti e corruttori, come la depenalizzazione dell’abuso d’ufficio non patrimoniale, il nuovo 513 Cpp, la legge costituzionale abusivamente detta “giusto processo”, la riforma penale tributaria che prevede amplissime soglie di non punibilità per gli evasori fiscali, l’indulto extralarge del 2006 esteso a corrotti e corruttori.
2. Lei invoca giustamente “meccanismi di garanzia e limitazione del rischio nei partiti”. E rivendica il draconiano “codice etico” del Pd, “più stringente di un normale percorso giudiziario”. Siccome però il Suo partito ha portato in Parlamento due pregiudicati (Carra per falsa testimonianza e Papania per abuso d’ufficio), più vari inquisiti e imputati, ed è riuscito l’anno scorso a candidare a presidente della Regione Campania e poi a sindaco di Salerno un signore imputato per corruzione e concussione, Le domando: quel codice prevede deroghe così generose, o ha maglie così larghe da lasciar passare simili soggetti? E in base a quale codice etico, due anni fa, avete mandato al Senato Alberto Tedesco, il vostro assessore alla Sanità della giunta Vendola che si era appena dimesso perché indagato per corruzione? Senza quel gesto, epico più che etico, Tedesco sarebbe agli arresti, come i suoi coindagati che non hanno avuto la fortuna di rifugiarsi in Parlamento: è questa la “parità dei cittadini davanti alla legge”?
3. Nella “triangolazione Gavio-Bersani-Penati” c’è poco di suggestivo. Se Lei raccomanda Gavio a Penati, Penati coi soldi dei milanesi acquista il 15% delle azioni della Milano-Serravalle a 8,9 euro l’una da Gavio che le aveva appena pagato 2,9 euro, Gavio intasca 176 milioni di plusvalenza e subito dopo ne investe 50 nella scalata di Unipol a Bnl sponsorizzata dal Suo partito, che dobbiamo pensare? A una sfortunata serie di coincidenze?
4. Nel 2004, quando “favorì l’incontro” Gavio-Penati, Lei non era ministro delle Attività produttive, visto che allora governava Berlusconi: Lei era un semplice europarlamentare. A che titolo “favoriva l’incontro” fra un costruttore privato e il presidente della Provincia? E perché l’incontro avvenne in gran segreto? Non c’è nulla di male se un costruttore e il presidente della Provincia, soci in un’autostrada, s’incontrano: purché lo facciano alla luce del sole,negli uffici della Provincia, e al termine diramino un comunicato per informare i cittadini del tema trattato e delle decisioni prese. Nella massima trasparenza. Invece Penati incontrò Gavio in un hotel romano, tra il lusco e il brusco. E se sappiamo di quell’incontro, e del Suo ruolo di facilitatore, è solo grazie alle intercettazioni dei pm di Milano. Le pare normale?
5. Su Pronzato non ho scritto inesattezze, come del resto Lei finisce per ammettere nella sua onesta autocritica. Il signore in questione fu Suo consigliere al ministero, poi il Pd lo indicò nel Cda dell’Enac e contemporaneamente lo nominò responsabile per il trasporto aereo del partito. Non è questione di “doppio incarico inopportuno”, ma di conflitto d’interessi tra incarico pubblico e di partito. Un conflitto d’interessi che gli ha consentito con una mano di favorire l’azienda aeronautica dei Paganelli all’Enac e con l’altra di spartirsi la tangente con Morichini, procacciatore di fondi per la fondazione Italianieuropei di D’Alema.
6. Se davvero Lei vuole “allestire nei partiti meccanismi di garanzia e di limitazione del rischio”, è proprio sicuro che il compito di un politico sia quello di patrocinare scalate e fusioni e acquisizioni bancarie o societarie, anziché scrivere regole severe e poi farle rispettare dagli organi di garanzia, restando fuori dalla mischia? Non ritiene pericoloso che l’arbitro si metta a giocare la partita con una delle squadre? 7. Qui non si tratta di “alludere a combine poco chiare o addirittura a illeciti” da Lei commessi, onorevole Bersani. L’ho scritto e lo penso. Qui si contesta una concezione malata dei rapporti tra affari e politica. La stessa che nel 1999 portò D’Alema e Lei a sponsorizzare i “capitani coraggiosi” che s’ingoiarono la Telecom a debito, coi soldi delle banche, riducendola a un colabrodo. La stessa che nel 2004 portò Lei e Fassino, come rivelò ai magistrati Antonio Fazio mai smentito né querelato, a recarvi dall’allora governatore di Bankitalia per patrocinare la fusione tra Montepaschi e Bnl. La stessa che nell’estate 2005 portò Lei, D’Alema, Latorre e Fassino a sostenere, in pubblico e in privato, l’allegra brigata dei furbetti del quartierino che con metodi illeciti e banditeschi tentavano di saccheggiare un bel pezzo del sistema bancario ed editoriale, e a difendere fino alla fine il loro indifendibile padrino Antonio Fazio. Tutte queste vicende, a mio modesto parere, spiegano come mai la sinistra italiana se n’è sempre bellamente infischiata delconflittod’interessidiBerlusconi.E appaiono pure in lieve contrasto con la Sua fama di “liberalizzatore”: ricordano piuttosto i pianificatori da Gosplan dei piani quinquennali sovietici. Trent’anni fa a domani, Berlinguer rilasciava la celebre intervista a Scalfari sulla questione morale: “I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni… gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai, alcuni grandi giornali…”. Io una ripassatina gliela darei.
E se Fallissero gli USA?
L’ultimo segnale che la situazione è davvero grave, è l’appello del governo cinese rivolto a Washington: “Dovete proteggere gli interessi degli investitori”. Con 1.000 miliardi di titoli del Tesoro Usa nella cassaforte della sua banca centrale, la Cina è il primo di quegli investitori esteri a dovere immaginare l’impensabile: il “default” degli Stati Uniti d’America. Altro che Grecia, altro che Italia. Lo stallo, tutto politico, del negoziato fra Barack Obama e i repubblicani costringe il mondo intero a interrogarsi su uno scenario assurdo, inaudito, l’Apocalisse della finanza globale. Ma davvero può fallire la più grande economia mondiale? Può, in teoria e di fatto, eccome se può, è l’avvertimento che anche il New York Times lancia alla sua classe politica: “Qualsiasi ritardo nell’onorare i debiti equivale di fatto a un’insolvenza. Quand’anche fosse breve, potrebbe scuotere la fiducia nell’economia americana, e sconvolgere gravemente i mercati finanziari globali”. Che la situazione sia drammatica lo conferma perfino la toponomastica: per qualche giorno è stata ventilata l’ipotesi di spostare il negoziato Obama-democratici-repubblicani a Camp David, la residenza dove altri presidenti americani ospitarono le trattative di pace israelo-palestinesi. Un segnale che stavolta è l’America stessa il teatro di un conflitto destabilizzante. All’origine c’è una norma speciale che regola le finanze pubbliche Usa. Il Congresso ha il diritto-dovere di fissare un limite al debito. Raggiunto quel limite legale, il Tesoro non può procedere a nuove emissioni di titoli per rifinanziarsi, finché il Congresso non rinnova l’autorizzazione. Il limite fatidico ormai è raggiunto, 14.300 miliardi di dollari. La data fissata per la “fine del mondo” è il 2 agosto. Se prima di allora il Congresso non avrà votato un innalzamento del debito, il Tesoro non potrà rifinanziarsi. Il Congresso è spaccato, i democratici controllano il Senato e i repubblicani la Camera. Se non arriva l’accordo bipartisan cesseranno pagamenti di servizi essenziali, come le pensioni. Ma più delle conseguenze concrete sulla popolazione americana, il resto del mondo s’inquieta per le ricadute sui mercati. Una interruzione sia pure momentanea dei pagamenti di Washington ai suoi creditori planetari può scatenare il panico sui mercati. Stiamo parlando dell’economia più ricca del mondo; della moneta (il dollaro) più diffusa come mezzo di pagamento universale; del titolo (Treasury Bond) più ubiquo e liquido, onnipresente nei portafogli di tutte le categorie di investitori (banche, fondi pensione, assicurazioni). Da qui al 2 agosto il conto alla rovescia può essere punteggiato da accessi di paura collettiva. Non importa se la crisi è artificiale perché “fabbricata” dalla politica. Le sue conseguenze sono reali. Questo rischia di trasformarsi nel temuto “after-shock” del 2008-2009. Le grandi crisi finanziarie della storia hanno spesso avuto delle scosse di assestamento successive. Dopo la recessione innescata dal disastro dei mutui subprime, un’altra catastrofe globale potrebbe essere “made in Usa”, stavolta prodotta dal corto circuito tra escalation debitoria e calcoli politico-elettorali. Colpisce la sproporzione tra le cause. Da una parte c’è il declino americano provocato da politiche neoimperiali (due guerre, 3.000 miliardi di costo reale); il dissanguamento delle entrate fiscali per le politiche neoconservatrici; la demografia che porta in pensione le generazioni popolose del baby-boom. D’altra parte c’è il calendario elettorale: le elezioni presidenziali del novembre 2012 suggeriscono ai repubblicani una politica del “tanto peggio tanto meglio”. Sperano che un disastro economico affondi le speranze di rielezione di Obama. Lui stesso non sembra escluderlo: “Questa crisi può segnare la fine della mia presidenza”. Se fosse solo questione di cifre, l’accordo tra democratici e repubblicani non sarebbe difficile: stiamo parlando di tagli fra 2.000 e 4.000 miliardi ripartiti fra nuove tasse e riduzioni di spesa, ma spalmati su molti anni a venire (una decina). Una manovra di lacrime e sangue, certo, tanto più se si raffronta con le cifre della “manovrina” Tremonti in Italia; però le spalle robuste dell’economia americana potrebbero reggerla. L’ostacolo vero è l’ideologia: la destra non accetta un solo centesimo di tasse in più, neanche sui miliardari o sugli hedge fund, in nome di un liberismo estremo. Perfino il banchiere centrale, Ben Bernanke, ormai evoca una “calamità finanziaria immensa”. Moody’s ne trae le conseguenze, tratta gli Stati Uniti come un’Italia qualsiasi, annuncia “crescenti possibilità” che l’accordo non sia raggiunto il 2 agosto e che questo si traduca in un declassamento del rating. Uno dei blog più autorevoli sui mercati finanziari, Etoro, si chiedeva pochi giorni fa: “L’euro potrebbe sopravvivere a un default della Grecia, forse anche del Portogallo, ma dell’Italia?” Ora quell’interrogativo si declina a un multiplo di potenza: dollaro, Borse, banche, chi mai potrebbe sopravvivere a un default americano? Un guizzo di buonsenso dell’ultima ora tra i politici di Washington, o una trovata d’ingegneria giuridico-finanziaria, devono poter fermare il treno che corre a velocità folle verso la collisione. La tempistica non potrebbe essere più infelice: con i mercati già in fibrillazione isterica per le convulsioni dell’eurozona, la tempesta perfetta è vicina.
Strage di Oslo, il cuore oltre la bestialità
Oslo, 22 luglio 2011, e come lampi, flashback improvvisi, fotografie della memoria dell'orrore tornano Kabul, Beirut o la New York dell'11 settembre. E nella caccia immediata al "mostro" tutti guardano con sospetto al jihadismo islamico mentre i dispacci giornalistici della prima ora sembrano quantomeno avventati nell'addossare ai seguaci di Allah la responsabilità del delirante atto terroristico.
E adesso che si è accertato che l'attentato al cuore della Norvegia e dell'Europa è stato portato da uno dei suoi figli, templare di una delirante crociata xenofoba ed inumana, lo sgomento si fa ancora più triste, dai colori più cupi.
Mi chiedo come una malvagità così radicale sia potuta scaturire nel paese del Nobel per la Pace, come una ferocia inimmaginabile abbia potuto colpire la aperta società scandinava dove si rispettano la natura, gli animali, tra quei fiordi dove tutti cercano la pace e la tranquillità, il relax, la serenità. I norvegesi non sono immuni all'inquietudine: Edvard Munch ne ha dipinto uno dei ritratti più celebri, ma finora il malessere sembrava covare nell'intimo, provocava macerie interiori; qui siamo in presenza di un "disumano big bang" sociale, di uomini che odiano gli uomini, è la "cannibalizzazione" dell'animo umano.
La strage di Oslo segna il punto di non ritorno, la disintegrazione di un luogo, forse onirico, forse immaginario dove vigevano il rispetto e le buone maniere, una nazione votata alla civiltà in assenza di criminalità e di conflitto. Dopo le immagini che purtroppo tutti abbiamo visto, Oslo è nella lista con Beirut, Kabul e la New York dell'attentato, testimone della assurda e cruenta guerra che l'uomo conduce contro sé stesso, la sua morale, i suoi valori.
E' ora di fermarci, tutti. E' ora di guardarsi dentro, di aprire le menti ed i cuori. E' ora di riflettere e giudicare il nostro operato, ciò che la industrializzazione dei nostri territori, la modernizzazione della società civile hanno prodotto, quali sono, se ve ne sono rimasti, i valori fondanti della cultura dell'uomo, del suo benessere, del suo progredire.
Forse scopriremo che, la odierna moderna società civile ha immolato, idolatrando gli status symbol, bandiere del consumismo compulsivo, quali il Suv o l'Iphone, sulla pietra sacrificale dell'altare del nostro benessere le nostre aspirazioni, i nostri sogni, i nostri desideri di essere migliori, di essere "umani".
La capacità di trasmettere ai nostri figli, alle future generazioni i valori positivi, del sacrificio, del lavoro, dello spendersi per il bene comune, del rispetto, della educazione, dell'altruismo. Abbiamo riempito il nostro cuore dei beni materiali prodotti dalle nostre aziende, dalle nostre multinazionali globalizzate, svuotandolo dei valori immateriali che ci fanno essere raziocinanti, distinguendoci dall'animale.
Animale come l'attentatore che con freddezza inumana abbiamo visto sull'isola di Utoya. Con spietata e bestiale crudeltà, cinico disprezzo per sé stesso, soprattutto, ma anche per tutto ciò che è bene, che è vita, prende la mira, tra "mucchi di corpi e cadaveri" su un povero cuore che a mani alzate chiede che gli sia risparmiata la vita: fa un appello disperato a quella umana pietas, il riconoscere e rispettare l'uomo in ogni uomo, di cui tutti, nell'era della globalizzazione e della degenerazione della moralità dei nostri cuori, siamo dimentichi.
E' l'ora della ricostruzione di questo sentimento di umana pietà: riappropriamoci, guardandoci nel cuore, di tutti quei valori positivi, non soltanto cristiani, che la cinica e consumistica società moderna ci ha strappato dal petto.
E' l'ora di ripartire dall'uomo, dal suo cuore, dall'amore, sentimento profondamente umano, per ricostruire una società in cui il valore della persona ed il rispetto per il prossimo, anche se profondamente diverso da noi, riacquisti la centralità della sua importanza. Che quel, RESTIAMO UMANI, slogan, insegnatoci dal nostro amico, Vittorio Arrigoni, segni la traccia nel cuore, perché siamo tutti appartenenti alla grande famiglia umana.
Forse scopriremo che insieme si può costruire uno sviluppo al di là delle speculazioni finanziarie, della corruzione, della criminalità e delle recessioni. Partendo dai valori di solidarietà umana costruiremo una società dove il primo benessere è quello del cuore.