Un uomo del web non può tenere segreta una lettera. Anzi, la missiva diventa strumento di propaganda. Normale. Con chi pensano di avere a che fare Barroso e Katainen? In quale mondo vivono? Nel vecchi volti raggrinziti di Monti e Letta? Signori, siamo in Renzilandia, il regno del virtuale, della grancassa delle promesse e degli annunci. Della politica spettacolo. La lettera della Bce del 2011, che pure ha avuto riflessi politici piuttosto pesanti, era indirizzata a Berlusconi, uno che rispetto a Renzi è un apprendista, un dilettante, perfino riservato. Dunque nessuna sorpresa. Strictly confidential? Ma suvvia, vecchie cariatidi non ancora rottamate, è proprio l’invito a fare l’opposto.
Mancano due miliardi e Renzi li trova in una giornata. Come un prestigiatore li fa uscire dal suo cilindro. Ne mancano quattro? Serviranno due giornate. Pinocchio o Mandrake? Ma che importanza ha? E attenti perché il nostro Matteo adesso è lui che minaccia l’Europa. Dirà quanto spende. Perché non lo ha fatto prima? Diciamo la verità, a parte le battute e le ironie che Renzi ispira quando parla da “gradasso”, come lo ha definito Giampaolo Pansa, nel merito il giovin signore fiorentino ha ragione. Tutto in Italia peggiora. Secondo Standard e Poor il nostro debito è schizzato ancora più su negli ultimi tre mesi, passando dal 130,7% al 133,8% sul Pil, mentre la disoccupazione giovanile è ancora ben oltre il 44%. L’Italia chiuderà l’anno ancora in recessione. Possiamo continuare così?
È così difficile capire che il rigore ci affonda e ci affama? Che anzi il rigore ci appesantisce sia il deficit sia il debito, comprimendo lo sviluppo? Dunque fa bene Renzi a battere i pugni sul tavolo. Fa bene a rinviare al mittente la lettera come ha fatto Hollande. Però Hollande ha sforato il tetto del 3% e nel 2015 sarà ancora sopra il 4, perché, ispirandosi alle note teorie keynesiane, vuole spendere per investimenti pubblici in grado di produrre lavoro, occupazione e sviluppo. Renzi punta tutto sulla detassazione, i diciotto miliardi che servono per l’Irap e per le nuove assunzioni, per larga parte finanziate alzando il deficit dal 2,2% al 2,9%. L’operazione è coraggiosa. Ha trovato l’assenso delle imprese. Padoan considera possibili in due anni ottocento mila nuovi occupati.
Ma se il lavoro non c’è basterà la defiscalizzazione? Questo riguarda soprattutto le piccole imprese che stanno chiudendo per la mancanza di lavoro. E’ questo il punto fondamentale. La riserva di fondo. Serviranno i miliardi che Junker mette a disposizione per i singoli paesi? Sono trecento miliardi davvero? Sono pubblici o in larga parte privati? E in base a quali criteri verranno distribuiti? Ce lo spiegheranno anche questo per lettera? O Renzi dirà che in un giorno ne troverà di più? Ecco quello che ci aspettiamo dal nostro governo, un piano industriale e del lavoro, oltre alla giusta detassazione che la legge di stabilità prevede. Sono troppe le aziende che continuano a chiudere, troppe quelle che sono state delocalizzate in atri paesi con gravi ripercussioni sulla nostra manodopera. Su questo, non sull’articolo 18, il sindacato dovrebbe concentrarsi. Domani tra la Leopolda e piazza San Giovanni ho l’impressione che questo tema resterà sfuocato. E s’udrà a destra uno squillo di tromba di vittoria e dall’altra risponderà lo squillo della disfatta.
Lettera a Pinocchio?
Un’unica via per la ripresa dell’Eurozona EUROPA
POLITICHE FISCALI ANTI-CICLICHE: STABILIZZANTI O DESTABILIZZANTI?
In un recente articolo, Roberto Perotti scrive di non essere d’accordo con la proposta di una espansione monetaria e fiscale coordinate nell’area dell’euro, attuate tramite una temporanea riduzione delle tasse finanziata con emissione di moneta. Roberto Perotti non mette in discussione l’efficacia della proposta nello stimolare la domanda aggregata. Ma sostiene che un’espansione temporanea del deficit di bilancio dell’ordine del 5 per cento del Pil non possa essere riassorbita in modo credibile attraverso un piano di tagli futuri della spesa. E afferma che riassorbire un taglio delle tasse di oggi attraverso aumenti di tasse future sarebbe destabilizzante, economicamente e politicamente.
Le politiche avviate negli Stati Uniti e nel Regno Unito durante la grande recessione contraddicono la seconda parte dell’argomentazione di Perotti, come mostra la tavola qui sotto. Gli Stati Uniti hanno fatto crescere il loro deficit di bilancio di quasi il 7 per cento del Pil in un anno, attraverso una combinazione di maggiori spese e minori entrate. Meno della metà di questo aumento è dovuta all’effetto degli stabilizzatori fiscali, il resto riflette scelte politiche discrezionali.
Negli anni successivi questa espansione del bilancio federale è stata riassorbita. In parte perché l’aumento del deficit era riconducibile a misure “una tantum”, adottate per salvare alcune istituzioni finanziarie; in parte, il riequilibrio è avvenuto in modo automatico con la ripresa dell’economia; e in parte è stato ottenuto attraverso cambiamenti nella politica di bilancio, come ad esempio il “Sequester” del 2013. Al netto degli effetti degli stabilizzatori automatici, le spese federali si sono ridotte di più del 2,5 percento del Pil tra il punto più basso del ciclo economico e oggi, mentre le entrare federali (sempre al netto degli stabilizzatori automatici) sono cresciute di circa il 3 per cento del Pil durante lo stesso periodo (fonte: Congressional Budget Office).
Nel Regno Unito l’espansione del deficit è stata simile a quella degli Stati Uniti: + 6,4 per cento in un solo anno, anche in questo caso ottenuta attraverso una combinazione di maggiore spesa e minori entrate fiscali, e per i due terzi dovuta a decisioni di policy. L’espansione fiscale è stata poi completamente riassorbita nel periodo 2010-2013, con circa metà della contrazione (56 per cento) dovuta a misure di policy, quasi interamente sul lato della spesa.
Nell’Eurozona l’espansione fiscale del 2008-2009 è stata minore – con il disavanzo complessivo dell’area che ha registrato un aumento del 4,2 per cento del Pil, circa due terzi di Stati Uniti e Regno Unito. Metà di questa espansione è stata ottenuta attraverso misure di policy. Come nel Regno Unito, l’espansione fiscale è stata in seguito completamente riassorbita, ma con due differenze significative. Le misure discrezionali prese per realizzare la contrazione sono state di un ordine di grandezza doppio rispetto a quelle che hanno accompagnato l’espansione: una contrazione del 4 per cento del Pil nel periodo 2010-2014 rispetto a una espansione discrezionale pari al 2 per cento del Pil nel 2008-2009. Ma quello che è ancora più importante è che lo stimolo di politica fiscale è stato pro-ciclico, in quanto è stato attuato nel mezzo della crisi di debito sovrano che ha ristretto il credito e aumentato l’incertezza economica nel Sud dell’Europa. Inoltre, in molti paesi ha preso solo la forma di un’impennata delle tasse. Il risultato sono stati due anni di recessione che hanno eroso parte dei miglioramenti di bilancio.
C’è un consenso quasi unanime tra gli economisti sul fatto che le politiche anti-cicliche messe in atto negli Stati Uniti e nel Regno Unito, accompagnate da un eccezionale allentamento monetario, abbiano contribuito a stabilizzare le fluttuazioni cicliche e spieghino la ripresa molto più veloce di queste economie rispetto all’Eurozona (sebbene l’epicentro della crisi finanziaria sia stato proprio nei paesi anglosassoni e non nell’Europa continentale). L’affermazione che, nelle condizioni attuali, una politica fiscale anticiclica accompagnata da quantitative easing sia economicamente destabilizzante è quindi difficile da comprendere, anche se fosse realizzata interamente attraverso riduzioni di imposte non accompagnate da tagli di spesa futuri.
Come si è visto, nei paesi anglosassoni il ritorno della crescita ha contribuito in maniera rilevante a riassorbire i disavanzi. E questo è esattamente il punto: accadrebbe lo stesso anche nell’Eurozona.
Tra il 2009 e il 2013, dopo che l’output gap nell’Eurozona è passato dal +3,2 per cento al -3 per cento, il saldo di bilancio complessivo aggiustato per il ciclo si è ridotto di circa 4 punti percentuali di Pil. In alcuni paesi, la restrizione pro-ciclica è avvenuta principalmente attraverso tagli alla spese (in Spagna in particolare) ed è stata più innocua. Altrove, come in Italia, si è basata interamente su un inasprimento delle tasse e ha prodotto una grave e duratura recessione. Parte del taglio alle tasse che proponiamo semplicemente cancellerebbe gli aumenti pro-ciclici delle imposte varati in questi paesi al culmine della crisi del debito sovrano. Quando redditi e prezzi cominceranno di nuovo a salire, una parte dell’espansione di bilancio si ridurrà automaticamente senza la necessità di alcun intervento, come è avvenuto negli Usa e nel Regno Unito. Se l’elasticità del bilancio al ciclo fosse simmetrica (non è necessariamente così) e utilizzando i numeri del deterioramento di bilancio sperimentato nell’area euro tra il 2007 e il 2009 (un calo ciclico del bilancio, cioè al netto degli interventi, del 2 per cento del Pil, a fronte di un peggioramento dell’output gap del 6,6 per cento), un azzeramento dell’output gap dal livello attuale (-3,8 per cento alla fine del 2013) migliorerebbe automaticamente il deficit dell’Eurozona dell’1,2 per cento del Pil, un numero relativamente piccolo, ma non trascurabile.
AZZARDO MORALE E CREDIBILITÀ DI FUTURI TAGLI ALLA SPESA
Roberto Perotti ripropone inoltre la tesi secondo la quale politiche monetarie e fiscali non stringenti creerebbero un azzardo morale, in particolare nei paesi del Sud Europa. Non c’è dubbio che i Governi cdi Italia e Francia potrebbero non avere la volontà politica, o la maggioranza in Parlamento, per portare avanti le importanti riforme strutturali che sarebbero nell’interesse di lungo periodo di questi paesi. Ma non è per niente certo che prolungare la depressione sia la ricetta migliore per favorire una maggiore disponibilità a realizzare le riforme. Anzi, è molto probabile che sia vero il contrario, per due motivi. Primo, una stagnazione ancor più lunga e un più alto tasso di disoccupazione possono solo rafforzare i partiti più radicali e populisti in tutta Europa. La recente crescita del Movimento 5 Stelle in Italia e dei sentimenti anti-euro in Francia non sono avvenuti per caso, sono la conseguenza dei fallimenti economici del progetto europeo. Secondo, l’opposizione politica ai tagli alla spesa e alle riforme strutturali tende a essere più forte quando l’economia è depressa, perché gli elettori percepiscono tali misure come veicoli di un ulteriore abbassamento della domanda aggregata e di un aumento dei licenziamenti.
La sequenza corretta, dal punto di vista sia economico che politico, è dunque una sostituzione intertemporale: tagli alle tasse espansivi ora per far ripartire la crescita e tagli alla spesa via via che l’economia si riprende. Per dare credibilità alle misure future, i tagli di spesa potrebbero essere votati subito dal Parlamento, rimandandone però avanti nel tempo l’entrata in vigore, e con un impegno di legge (una clausola di salvaguardia) ad alzare le tasse di un ammontare corrispondente se i tagli alla spesa dovessero essere abbandonati.
ESISTE UNA STRATEGIA ALTERNATIVA?
La strategia alternativa suggerita da Perotti – passi incrementali e simultanei per ridurre spesa e tassazione allo stesso tempo – può funzionare in tempi normali, ma è politicamente troppo difficile da percorrere nelle attuali circostanze. Inoltre, e più importante, non coglie assolutamente il punto centrale: in questo momento abbiamo bisogno di un importante sforzo coordinato per far ripartire la domanda aggregata nell’Eurozona. Non si può lasciare questo compito alla sola Bce, pena il fallimento.
Il nuovo presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha proposto di aumentare gli investimenti pubblici per un totale cumulato di 300 miliardi di euro nei prossimi anni. Tuttavia, è probabile che anche questa strategia non riesca nell’intento, perché la spinta alla domanda aggregata arriverebbe troppo tardi e perché le risorse sono troppo scarse per fare la differenza (il ministro delle Finanze della Germania, Schauble, ha già ridotto la cifra totale, lasciando intendere che la somma complessiva dovrebbe includere i fondi strutturali e dovrebbe essere finanziata anche dal settore privato).
L’intervento di Mario Draghi a Jackson Hole, il suo riconoscimento che la crescita in Europa è vincolata dalla carenza di domanda, che la politica appropriata per allentare i vincoli è uno sforzo coordinato di politica monetaria e fiscale, e che la politica monetaria può giocare solo il ruolo di accompagnare la crescita, ma può difficilmente esserne il motore, ha cambiato il panorama politico. Se i governi dell’area euro non colgono questa opportunità e continuano a cercare scappatoie, passeranno alla storia come i responsabili della distruzione dello sforzo, che dura da sessanta anni, per costruire un continente senza guerre. Sfortunatamente sembrano proprio determinati a farlo.
Tabella 1a: espansione fiscale negli Usa durante la grande recessione
Fonte: 2014 Economic Report of the US President, I numeri del 2014 sono previsioni. La fonte per il deficit aggiustato per il ciclo è il Congressional Budget Office e il numero si riferisce all’anno fiscale (anziché solare).
Tabella 1b: espansione fiscale nel Regno Unito durante la grande recessione
General government. Fonte: Commissione europea, Cyclical adjustment of budget balances, Spring 2014. I dati per 2014 sono previsioni.
Tabella 1c: Espansione fiscale nell’area euro durante la grande recessione
Area euro (18 paesi), general government. Fonte: Commissione europea, Cyclical adjustment of budget balances, Spring 2014. I dati per il 2014 sono previsioni.
Berlusconi e Dell'Utri: “Mafia mafia mafia” Ecco gli audio choc di Emilio Fede
Chissà cosa penserà Marcello Dell'Utri nella sua cella del carcere di Parma quando leggerà lo sfogo di Emilio Fede registrato dal suo personal trainer Gaetano Ferri. Frasi rubate, nel 2012, che pesano però come macigni sulla storia imprenditoriale del Caimano di Arcore. «Guarda a Berlusconi cosa gli sta mangiando. Perché lui è l'unico che sa... Ti rendi conto che ci sono 70 conti esteri, tutti che fanno riferimento a Dell'Utri?». In altre parole, secondo le registrazioni del personal trainer ai danni dell'ex direttore del Tg4, il senatore condannato per concorso esterno in associazione mafiosa avrebbe la disponibilità di 70 conti esteri.
Un tesoro nascosto? Sarà la magistratura ad accertarlo, visto che Ferri ha consegnato il nastro alla procura di Monza. Anche perché Emilio Fede, intimo amico di Silvio Berlusconi e con lui imputato nel processo Ruby (condannato a 7 anni in primo grado), sa molto del privato del leader di Forza Italia. «E' tutto falso, l'ho già detto ai magistrati e ho denunciato quel truffatore per calunnia e minacce gravi», è stata la secca replica all'Ansa di Emilio Fede che ha aggiunto: «Lui ha manipolato le mie dichiarazioni».
Intanto, quella registrazione i pm lombardi l'hanno inviata allaprocura di Palermo che ha istruito l'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia e che rappresenta l'accusa nel processo in corso che vede alla sbarra politici della prima Repubblica e boss di Cosa nostra. Non solo. L'intercettazione abusiva è stata depositata agli atti.
«C'è stato un momento in cui c'era timore... Che loro hanno messo Mangano (il boss conosciuto come lo stalliere di Arcore) attraverso Marcello (Dell'Utri ndr)», si sente nella registrazione. E ancora: «La vera storia della vicenda Berlusconi... mafia, mafia... soldi, mafia, soldi... Berlusconi». Secondo i nastri «Dell'Utri era quello che investiva» e l'unico che sa davvero la verità: «Chi può parlare? Solo Dell'Utri».
Da quanto emerge dalle registrazioni il giornalista avrebbe ragionato anche su fatti specifici, come un dialogo tra l'ex senatore e Berlusconi: «Mangano era in carcere. Mi ricordo che Berlusconi arrivando... 'hai fatto?'... 'sì sì... gli ho inviato un messaggio... gli ho detto a Mangano: sempre pronto per prendere un caffè. Era un messaggio per rassicurare lui su certe cose che non so». Dalla registrazione sembrerebbe che Fede chiuda con una lode al mafioso stalliere: «E devo dire che questo Mangano è stato un eroe. E' morto per non parlare».
La versione di Emilio Fede è che il personal trainer sia un truffatore. E che il nastro, prima di finire nelle mani della magistratura, gli fosse stato proposto dallo stesso personal trainer, che minacciava di renderlo pubblico. Fede, interrogato nel maggio scorso dai pm di Palermo che seguono il processo sulla trattativa, avrebbe riferito di un incontro nella villa di Arcore tra Berlusconi e Dell'Utri. Fede avrebbe spiegato agli inquirenti che Berlusconi, prima che Dell'Utri andasse via, gli chiese: «Hai novità? Mi raccomando ricordiamoci della sua famiglia, ricordiamoci di sostenerla». Il riferimento è a Mangano, all'epoca boss della famiglia mafiosa di Portanova, assunto nel 1974 tramite Dell'Utri come stalliere a villa San Martino.
Ma perché sostenere la famiglia Mangano?, domandano i magistrati. «Chiedono riferimento su di te», avrebbe detto l'ex senatore al Caimano con Fede testimone. Ancora un riferimento allo stalliere, questa volta agli interrogatori cui è sottoposto e durante i quali gli stanno chiedendo dei suoi rapporti con Berlusconi e Marcello Dell'Utri. Gli inquirenti collocano quell'incontro tra il '95 e il '96, quando l'uomo d'onore siciliano si trovava già in carcere.
Il signor Gaetano Ferri, ex autista e guardia del corpo dice di aver registrato di nascosto in alcuni incontri nel 2012 con Emilio Fede, che gli avrebbe fatto confidenze molto pesanti su Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri. Ferri ha consegnato le sue registrazioni alla procura di Monza, che le ha trasmesse ai magistrati di Palermo che ora le hanno trascritte per depositarle nel processo Stato-Mafia, dove Dell'Utri è tra gli imputati.
Primo spezzone: la voce attribuita a Fede è disturbata, ma si sente parlare dei rapporti tra Berlusconi, Dell'Utri e Cosa Nostra, nonché del ruolo di Vittorio Mangano, il mafioso assunto nel 1974 nella villa di Arcore. L'audio originale è molto disturbato. Ecco il testo delle frasi più comprensibili:
«Dell'Utri... La mafia è la spada di Damocle... Vent'anni fa c'era un carabiniere mio amico che gli diceva tutte le intercettazioni di Berlusconi e Craxi… Berlusconi nasce con l'edilizia.... Berlusconi non c'aveva una lira per costruire... Un inizio straordinario, di sacrificio.... Poi Dell'Utri si avvicinò a lui: possiamo prendere dei soldi... Mangano arriva attraverso Marcello... Davigo ha chiesto la mia assoluzione... Si incontravano, Dell'Utri, Berlusconi e Mangano, al West Palace Hotel... Mafia, mafia, mafia.... Dell'Utri era quello che faceva l'investimento dei soldi mafiosi...».
«Io qualche cosa la so... Quando Dell'Utri tornava... Mi ricordo che Mangano era in carcere e Berlusconi gli diceva: hai fatto... E Dell'Utri diceva: sempre pronto a prendere un caffè, che era un messaggio in codice... Mangano è veramente stato un eroe, è morto per non parlare.... Dell'Utri andò in carcere a trovare Mangano, poi al ritorno tranquillizzò Berlusconi, tutto a posto, ha detto che il caffè era a posto... Era il messaggio in codice».
Secondo spezzone, è sempre Fede a parlare: «Questo mio amico Samory della banca... Mi diceva l'altra sera che ha dato soldi a Dell'Utri, magna magna, dieci milioni di euro per mettermi in lista, per entrare in politica...Dice che è proprio un grosso delinquente, ha un fratello, Alberto, che è un pregiudicato, non a livelli di Mangano, però... L'ho aiutato a diventare vicecoordinatore di Forza Italia in Emilia. E lui mi dice: è veramente un grosso mafioso. Dico: minchia...».
Terzo spezzone: «Dell'Utri lo ha fatto onorevole per evitare, per risparmiargli l'arresto, che finisca di nuovo dentro... Conosciamo segreti tutti e due... Però io non me ne approfitto...».
In questo spezzone la voce attribuita a Fede cita anche Ruby, ma l'audio è molto disturbato : «Lui (Berlusconi) lo sa che gli voglio bene, non può pensare che io lo tradisco... Io so tutto di lui, quando scopava, dove scopava, con il dito... Mi chiamava all'una e mezza di notte...».
A volte mi chiedo se ai nostri governanti importi davvero qualcosa di qualsivoglia argomento, a parte le questioni legate al potere e alla sua conservazione. Questo, in un’Italia nella quale il tarlo della corruzione, con i suoi 60 miliardi di euro sottratti ogni anno all’economia sana, pesa come un macigno: ad esempio solo con una tangente della vicenda che ha coinvolto la Fondazione Maugeri, si potrebbero pagare 2.000 assegni di ricerca. Se i politici perdessero il sonno per questo, allora di persone come Raffaele Cantone (presidente, dal marzo 2014, dell’Autorità Nazionale anticorruzione) ne verrebbero nominate cinquanta. Invece, chi potrebbe combattere efficacemente questa piaga raramente viene nominato nei posti chiave oppure, come nel caso di Cantone, lo si sceglie per avere un nome illustre con il quale calmare l’opinione pubblica, ma poi si esita a dargli poteri concreti. Purtroppo, oltre a non essere interessata, la politica non conosce a fondo la problematica: chi, per anni, ha negato che le mafie fossero presenti anche al Nord? Meglio far finta di nulla, per non allarmare la popolazione. Così, se il nemico non c’è, nessuno lo combatte e, se nessuno lo combatte, lui fa ciò che vuole. La forza delle mafie risiede nel patrimonio di relazioni sociali tessute: se non si capisce questo non si riuscirà mai a combatterle efficacemente.
Processo Ruby: oltre il cabaret mediatico
Dopo la sentenza di assoluzione in appello per Silvio Berlusconi è partito un coro meschino di accuse a Ilda Boccassini, il magistrato che ha condotto l'inchiesta che ha dato origine al processo.
Le sentenze vanno accettate ma allo stesso tempo non si può cedere alla logica poco democratica, secondo la quale non potrebbero essere commentate. Come ogni azione umana, come ogni azione pubblica che produce effetti sulla vita di ciascuno, anche le sentenze possono essere commentate.
La magistratura è un ambito ben più complesso di ciò che si vede, di ciò che si vorrebbe mostrare e il berlusconismo, nei suoi effetti più nefasti, ha reso poco credibile ogni critica al suo operato, poiché ne ha cristallizzato l'idea su un piano di opposizione politica oggi ancor più insostenibile.
Ilda Boccassini ha gestito con rigore il suo lavoro, mentre il modus operandi di molti era quello di condividere atti di indagine, con l'obiettivo di ottenere in questo modo protezione mediatica. Non è mai stato il suo caso. In una democrazia sempre più marcia, Ilda Boccassini non ha mai occhieggiato alle facili praterie infuocate dell'antipolitica, nelle quali tutte le istituzioni sono schifose e solo la magistratura è sana. Non è necessario ricordare semplicemente la sua presenza a Palermo, la sua vicinanza a Falcone e l'infuocato j'accuse formulato all'indirizzo di colleghi imbelli e poco degni del proprio ruolo, poiché è nella storia recentissima il segno del suo operato, con i fondamentali risultati giudiziari di quella inchiesta "Infinito", che ha mostrato quanto capillare sia il potere della 'ndrangheta in Lombardia.
È per questa ragione che oggi non mi interessa aggiungere la mia voce a quella di chi ha voluto commentare gli esiti del processo Ruby, tra primo e secondo grado. Mi interessa piuttosto difendere un metodo investigativo che non ha mai cercato le luci della ribalta e che ha portato a quella sentenza di primo grado emessa da un Tribunale, da un collegio di magistrati e non certo dalla Procura della Repubblica. In questi anni ho letto atti relativi a decine, forse centinaia di inchieste, talvolta mediocri, talvolta superficiali, talvolta costruite sin dal principio contando sull'appoggio della stampa. Ilda Boccassini non è questo, poiché non è mai stata questo la tradizione cui si rifà.
L'interpretazione del diritto non è univoca, altrimenti non sarebbe interpretazione, e dunque il dibattito sul sovvertimento della decisione in secondo grado è legittimo e visto il soggetto coinvolto anche necessario. Detto ciò, voler leggere e contestualizzare politicamente questa sentenza, o peggio, voler giocare, come è sempre accaduto in questi anni, alla sfida tra giustizialisti e garantisti - laddove in Italia questi ultimi, quasi sempre, non sono altro che soggetti diversamente giustizialisti - oltre che inutile è dannoso. Poiché questa incultura allontana ancora di più una seria riforma della giustizia che tenga conto delle difficoltà del sistema, ma che non umili il patrimonio di conoscenza e metodo della magistratura.
E da questo punto di vista il metodo di lavoro di Ilda Boccassini, la sua capacità di stare alla larga da un rapporto anomalo con i media, tratto distintivo vero della incultura di questo Paese, è un punto di partenza. Un punto di partenza e si spera, nella sua sistematizzazione, un punto d'arrivo. Perché bisogna sempre partire dalle persone serie. Lasciando alla dimensione cabarettistica quei pagliacci, solerti servitori di un padrone ormai alla deriva, che a volte sembrano avere la testa solo per poter indossare parrucche dal colore sgargiante in quel momento di moda.
Il nuovo Senato: come funziona e cosa cambia con la riforma del governo Renzi
La riforma del Senato del governo Renzi continua la sua marcia non priva di intoppi, marcia che dovrebbe portare il testo all'esame dell'aula a partire da lunedì prossimo. Ecco cosa cambia e come funziona il nuovo Senato, dal numero di senatori che siederanno a Palazzo Madama, fino alle regole per la loro elezioni e i poteri dei senatori.
Quanti saranno i senatori? A Palazzo Madama siederanno in 100 in luogo dei 315 di oggi, così ripartiti: 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 personalità illustri nominate dal presidente della Repubblica. La durata del mandato di questi ultimi sarà di sette anni e non sarà ripetibile. Andranno quindi a sostituire i senatori a vita e saranno scelti con gli stessi criteri: "cittadini che hanno illustrato la patria per i loro altissimi meriti".
I senatori saranno eletti? Non saranno più eletti direttamente dai cittadini; si tratterà invece di una elezione di secondo grado che vedrà approdare in Senato sindaci e consiglieri regionali. Il sistema sarà proporzionale per evitare che chi ha la maggioranza nella regione si accaparri tutti i seggi a disposizione. Quale sarà lo stipendio dei senatori? I consiglieri regionali e i sindaci che verranno eletti al Senato non riceveranno nessuna indennità, il che dovrebbe portare allo Stato un risparmio di oltre mezzo miliardo di euro ogni anno.
Quali sono i poteri del nuovo Senato? Palazzo Madama avrà molti meno poteri e verrà superato il bicameralismo: innanzitutto non potrà più votare la fiducia ai governi in carica, mentre la sua funzione principale sarà quella di "funzione di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica", che poi sarebbero regioni e comuni. Potere di voto vero e proprio invece il Senato lo conserverà solo riforme costituzionali, leggi costituzionali, leggi elettorali degli enti locali e ratifiche dei trattati internazionali.
Il ruolo consultivo del Senato. Il Senato avrà però la possibilità di esprimere proposte di modifica anche sulle leggi che esulano dalle sue competenze. Potrà esprimere, non dovrà, e sarà costretto a farlo in tempi strettissimi: gli emendamenti vanno consegnati entro 30 giorni, la legge tornerà alla Camera che avrà 20 giorni di tempo per decidere se accogliere o meno i suggerimenti. Più complessa la situazione per quanto riguarda le leggi che riguardano i poteri delle regioni e degli enti locali, sui quali il Senato conserva maggiori poteri. In questo caso, per respingere le modifiche la Camera dovrà esprimersi con la maggioranza assoluta dei suoi componenti. Il Senato potrà votare anche la legge di bilancio, le proposte di modifica vanno consegnate entro 15 giorni e comunque l'ultima parola spetta alla Camera.