
43 anni fa il maestro venerabile della loggia P2 Licio Gelli ordinò che si scrivesse uno studio di riforma della Costituzione e delle istituzioni. Era lo schema R, che dopo verrà trasformato nel Piano di Rinascita Democratica. Per la verità lo schema R, molto meno conosciuto del piano di Rinascita Democratica, era molto più radicale e più esplicito e presenta singolari analogie con il piano di riforma costituzionale voluto da Renzi. Non sto dicendo che c'è una prosecuzione della P2 di cui Renzi farebbe parte, non è questo, io sto dicendo soltanto una cosa con questo libro: che c'è una cultura politica che ha messo radici in questo Paese, che avuto in Licio Gelli il suo promotore, e che poi ha continuato a farsi strada un po' per volta conquistando anche settori di sinistra fino a imporsi. Prima con la riforma elettorale del 1993 che ha travolto il sistema proporzionale e con esso i partiti organizzati sul territorio, e dopo ha creato man mano nuovi partiti sotto forma di club riuniti intorno a una corte personale, come quella di Arcore o adesso quella del Giglio magico di Renzi.
Per Renzi, come per Gelli, si vota non tanto per eleggere un Parlamento quanto per eleggere il governo, che è quasi un dittatore temporaneo che opera senza limiti. Forse Renzi, che è uomo più di azione che di pensiero, più d'istinto che di studio, non è consapevole di questa somiglianza fra il suo progetto è quello della P2. Restano però le incredibili similitudini e restano soprattutto tre elementi di forte analogia fra quello che è stato la P2 è l'attuale fenomeno del Giglio magico: in primo luogo una cultura politica con molti elementi di contatto; in secondo luogo la comune origine sociale e geografica dei due movimenti che si presentano come fenomeni toscani legati al giro delle piccole banche in conflitto col grande capitale (vorrei ricordare che la banca dell'Etruria nacque su impulso proprio di Licio Gelli nel 1971); e in terzo luogo, un giro di amicizie anche non italiane, fra cui si annoverano molti amici israeliani, la destra repubblicana americana e in particolare Michael Ledeen, personalmente vicino alla P2 e oggi molto amico di uomini della giro stretto renziano.
E sulla base di queste similitudini, io credo che si possa dire che c'è un filo che forse inconsapevolmente porta da Gelli a Renzi passando per Berlusconi. Quello che è comune al progetto di Gelli e al progetto di Renzi è una cultura politica di base che vede come centrale il governo, a scapito del Parlamento e del potere giudiziario. si immagina un governo che sia l'unico elemento decisore, con un Parlamento -e quindi di riflesso con una minoranza una opposizione ridotta ai margini- e con un potere giudiziario sempre più condizionato. Un potere privo di controlli o comunque con controlli assai ridotti, e a loro volta condizionabili.
Si dice che la riforma di Renzi sia una riforma di tipo presidenziale: è vero solo fino a un certo punto. Perché gli Stati Uniti hanno un ordinamento presidenziale che sicuramente privilegia l'esecutivo rispetto al Parlamento, ma che ha molti contrappesi, ha molti meccanismi di limitazione del potere, che invece nella riforma renziana scoloriscono sempre di più. In secondo luogo, vorrei ricordare una cosa: io non credo che questa riforma sia il punto di arrivo, io credo che questa riforma sia semplicemente la premessa per la nuova riforma. L'azzeramento sostanziale del Senato, insieme ad altre norme, rende di fatto molto più facilmente aggirabile l'articolo 138 che è quello sulla revisione costituzionale, e nello stesso tempo serve a riscuotere attraverso il referendum un via libera per un'ulteriore revisione della Costituzione.
Quello che sarà in pericolo, se dovesse vincere il sì, è tutta la prima parte della Costituzione della quale la banca americana JP Morgan ha chiesto esplicitamente il superamento, perché concede troppi diritti e troppe libertà ai governati. Per una volta la propaganda del sì non dice completamente una bugia quando dice "la riforma attendeva da 40 anni”, effettivamente attendeva da 40 anni. Ma chi la attendeva?
Ad attendere quella riforma da 40 anni c'era la P2 e suo piano di rinascita democratica, che risale appunto a 40 anni fa. Non certamente l'opinione pubblica o i lavoratori di questo paese.
#iovotoNo: la deriva autoritaria e la riforma costituzionale attesa da 40 anni....attesa, ma da chi?
Vietato conoscere i contratti segreti tra Stato e Banche: quando la giustizia è asservita al sistema politico
Vi racconto un piccolo pezzo di una triste storia, in cui un popolo viene ridotto a vivere di stenti, condotto verso l'oblìo del fallimento morale e del decadimento sociale, da una classe politica autoreferenziale, corrotta e sprovveduta al governo della res pubblica ma perfettamente integrata e funzionale ad un sistema che ha fatto della disonestà e del malaffare il fondamento della propria esistenza.
Ecco che ogni pezzo del mosaico si ricompone e tutte le parti in gioco collaborano perché il sistema risulti funzionale ad un unico obiettivo: continuare a fruire di centri di potere, prebende, favoritismi e clientelismi che garantiscano la sopravvivenza del sistema stesso, restituendo impunità, potere ed agiatezza.
La sentenza è scritta con linguaggio particolarmente involuto ma, in sostanza, sostiene che il diritto di informare non è motivo che legittimi la richiesta di accesso a documenti della Pubblica amministrazione. Il CdSconferma così la paradossale affermazione del Tar secondo cui se fosse “sufficiente l’esercizio dell’attività giornalistica ed il fine di svolgere un’inchiesta… su una determinata tematica per ritenere, per ciò solo, il richiedente autorizzato ad accedere a documenti della PA sol perché genericamente riconducibili all’oggetto di detta ‘inchiesta’, si finirebbe per introdurre una sorta di inammissibile azione popolare sulla trasparenza dell’azione amministrativa che la normativa sull’accesso non conosce…”. Paradossale, poiché i documenti richiesti non erano “genericamente riconducibili” all’inchiesta ma ne costituivano l’oggetto; e poiché l’informazione giornalistica non è certo ontologicamente funzionale ad “azioni popolari sulla trasparenza dell’attività amministrativa” ma esclusivamente a un’informazione la più completa possibile che consenta conoscenza e consapevolezza, condizioni minime per la sussistenza di una società democratica.
Fin qui si tratta di ovvietà. Dove la sentenza rivela la sua funzionalità ad impedire che l’opinione pubblica sia informata della gestione economicadelle risorse nazionali (ricordiamoci che si tratta di contratti che – in ipotesi – si prospettano sfavorevoli per lo Stato, per alcuni dei quali è tuttavia presente la possibilità di un recesso anticipato), è nella parte in cui sostiene che, pur dovendosi tener conto del DL n. 97 del 2016 art. 5, restano i limiti previsti dall’art. 5 bis. In tal caso, la “PA dovrà in concreto valutare se ilimiti ivi enunciati siano da ritenere in concreto sussistenti”. Motivazione contraddetta da specifiche disposizioni di legge.
Art.5: “Allo scopo di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche e di promuovere la partecipazione al dibattito pubblico, chiunque ha diritto di accedere ai dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, nel rispetto dei limiti relativi alla tutela di interessi giuridicamente rilevanti secondo quanto previsto dall’articolo 5-bis.” Quindi “chiunque”; non è necessario “l’interesse giuridicamente rilevante” previsto dalla legge 241/90. Sicché l’affermazione “si deve tener conto, nella suddetta valutazione, anche delle peculiarità della posizione legittimante del richiedente” è in contrasto con la legge.
Quanto al rispetto dei limiti di cui all’articolo 5 bis, essi riguardanosicurezza pubblica e ordine pubblico; difesa e le questioni militari; relazioni internazionali; politica e stabilità finanziaria ed economica dello Stato; indagini penali; protezione dei dati personali; libertà e segretezzadella corrispondenza; interessi economici e commerciali di persone fisiche o giuridiche; segreto di Stato.
Con tutta evidenza, l’unica previsione rilevante nel caso di specie è quella che riguarda la politica e la stabilità finanziaria ed economica dello Stato. Su questo punto il CdS avrebbe dovuto motivare: la conoscenza dei documenti attinenti alla stipulazione dei contratti derivati avrebbe pregiudicato la politica e la stabilità finanziaria dello Stato? Nessuno lo sa poiché nessuno conosce detti documenti. Ma è significativo che il ministero del Tesoro non ne abbia rifiutato l’accesso con questa motivazione (in realtà non ha dato nessuna motivazione, semplicemente non ha risposto all’istanza del giornalista Romeo). E ancora più significativo è che il CdSnon abbia motivato su questo punto. Perché, se lo avesse fatto, avrebbe dovuto riconoscere che, in mancanza di opposizione da parte del Ministerodel Tesoro fondata su una delle previsioni di cui all’articolo 5 bis del DL 97/2016, la richiesta del giornalista avrebbe dovuto essere accolta.
Insomma, come chiunque a questo punto avrà capito, si doveva nascondere un pessimo affare e un danno per lo Stato di chissà quale ammontare. È così è stato. Facciamo tesoro di queste informazioni e, nel segreto dell'urna elettorale ricordiamoci chi e come ci ha governati negli ultimi lustri.
Renzi, le banche, i mutui e la dittatura del sistema finanziario!
Benvenuti in Italia, paese nel quale la sovranità appartiene alle banche ed il cui governo è totalmente asservito al sistema finanziario. Il governo Renzi non sfugge a questo ordine di cose anzi peggio di altri esecutivi è totalmente al soldo del sistema bancario! Dopo il decreto "salva-banche" e l'estorsione perpetuata ai danni di inermi cittadini cui sono stati sottratti truffaldinamente i risparmi di una vita, arriva in Parlamento una nuova trovata geniale studiata per favorire, ancora una volte e come se ce ne fosse ancora bisogno, l'associazione (a delinquere) bancaria italiana.
Con il decreto legislativo del governo che recepisce la direttiva Ue sui mutui ipotecari «non c’è il rischio di avere la casa pignorata». Questo è quanto chiarisce il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, a margine di un convegno alla Luiss in relazione alle norme sul pignoramento della casa in caso di mancato pagamento di 7 rate di mutuo in discussione nelle commissioni Finanze di Camera e al Senato.
«È una direttiva europea, non è una richiesta dell’Abi» sottolinea Patuelli. «Ho studiato il documento del governo che recepisce la direttiva e non riguarda fatti passati, ma eventualità, possibilità per il futuro, è una cosa lasciata alla libera contrattazione tra le famiglie e gli istituti bancari, e non riguarda il passato e i crediti deteriorati».
Ma che cosa sta succedendo? Il termine tecnico per definire quanto sta accadendo lo sfodera l’avvocato Rosanna Stifano, presidente provinciale di Assoutenti: «È una porcata», assicura. La parola d’ordine è invece sempre la stessa: «Ce lo chiede l’Europa», garantisce il Governo. Alt, perché in realtà non è proprio così. Spiega Stifano: «L’Italia è tenuta a ratificare entro il 21 marzo 2016, quindi adesso, la direttiva europea 17/2014. La direttiva è favorevole ai consumatori, e noi la condividiamo: dice che se acquisto a rate un bene di consumo e poi non posso più pagarlo, posso restituirlo facendomi scalare quanto ho versato».Attenzione: si parla di beni di consumo.
Però nel Governo ci deve essere qualche problema con le traduzioni: «Nel decreto legislativo in discussione alla Commissione Finanza della Camera, ai beni di consumo sono state aggiunte le abitazioni, parlando esplicitamente dei mutui», denuncia Stifano. Naturalmente, non è che se non posso più pagare le rate del mutuo restituisco la casa: semplicemente se ritardo sette rate, anche non consecutive (o non ne pago una entro 180 giorni), la banca acquisisce automaticamente il diritto di vendere l’abitazione all’asta.
«Non c’è più un giudice o un perito - nota Stifano - Dunque l’immobile può essere venduto a qualsiasi cifra, senza che ci sia un giudice a verificare sull’asta, o avvocati a poter tutelare gli interessi del debitore: si apriranno nuovi spazi per l’usura. E la norma è retroattiva. Viene cancellato per decreto il divieto di patto commissorio che abbiamo già dal diritto romano».
Ovviamente, se il prezzo di vendita è basso, il debitore è comunque tenuto a rifondere la differenza. E, per la precisione, il patto commissorio è un accordo con il quale il debitore, a garanzia di un debito, mette a disposizione un proprio bene, con l’intesa che, in caso di inadempimento, il bene passerà in proprietà del creditore.
Attenzione, il bello deve ancora venire: «Entro giugno l’Italia dovrà recepire un’altra direttiva europea che impone alle banche di rientrare dalle sofferenze - denuncia Furio Truzzi, presidente nazionale di Assoutenti - Ciò lo farà in parte con il capitale sociale, in parte vendendosi le case non pagate per intero. Questo avrà conseguenze che in confronto il bail-in è una passeggiata».
Sussurra Stifano: «Non sta a me dire, perché lo hanno già fatto in tanti, che la norma introdotta dal Governo italiano è un regalo alle banche». Ma il Governo non aveva assicurato che la prima casa era impignorabile? «Sì, da Equitalia, non da altri soggetti - puntualizza Stifano - E non è neppure vero questo, perché in realtà Equitalia non può avviare il processo di pignoramento ma può costituirsi a processo avviato: tipico il caso dei ritardi nelle spese condominiali. E poi sopra i 20 mila euro c’è l’ipoteca: di cosa stiamo parlando?».
Per cui, ci sarà una raffica di pignoramenti, con i debitori che manterranno il proprio debito? «Noi ci metteremo di traverso - garantisce Truzzi - Con i colleghi della Casa del Consumatore abbiamo già chiesto di essere sentiti dal Governo e in commissione. Siamo pronti a una raccolta di firme, e a ogni forma di protesta». C’è poi chi ci mette la malizia, e avanza il sospetto che le banche possano vendere a un prezzo ridotto le case pignorate a istituti a loro riconducibili, per mantenere in larga parte il credito e incassare quando i loro istituti rivendono le abitazioni a prezzo di mercato.
Cosa vuol dire “Non ci sono più soldi”? I “soldi” non si cercano sul fondo del mare ma si stampano. Quindi, se mancano, è perché “QUALCUNO” VUOLE CHE MANCHINO !
E lo Stato ? Perché non stampa il denaro in misura proporzionale alla quantità di merci e servizi che circolano? Semplice: perché lo Stato ha ceduto ai banchieri il potere di creare moneta, così quelli sono di fatto padroni degli stati e dei partiti politici e ci stanno pignorando tutto il continente europeo usando l’euro come moneta/debito. L’importante è che il meccanismo/truffa sia silenzioso, oscuro e la gente non se ne accorga.
L’ERRORE PIU’ GRANDE E’ PENSARE CHE LAVORIAMO PER MANTENERE I POLITICI. NO! QUESTA E’ PROPAGANDA VOLUTA DAI MEDIA E DAGLI STESSI BANCHIERI.
Lavoriamo per mantenere l’intero sistema bancario, i politici sono i loro servi e percepiscono le BRICIOLE IN CAMBIO DELLA LORO FEDELTA’, IN CAMBIO DELLA CESSIONE DELLA SOVRANITA’ MONETARIA E IN CAMBIO DELLA SVENDITA DELLE AZIENDE DI STATO E DI TUTTE LE IMPRESE PRIVATE FATTE FALLIRE.
Questo imbroglio colossale, ha trasformato noi cittadini sovrani in schiavi a disposizione dei signori del denaro, anzi peggio, schiavi consenzienti perché ignoriamo i meccanismi della truffa monetaria e accettiamo la nostra condizione di schiavitù in nome di ciò che ci viene fatto percepire come “necessario” (CE LO CHIEDE L’EUROPA…).
ECCO LE 5 BALLE CHE CI HANNO RACCONTATO PER FREGARCI, DITELO A TUTTI!
1) – C’è la crisi e nessuno l’ha voluta, nessuno è responsabile, men che meno i banchieri.
2) – Abbiamo speso oltre le nostre possibilità, si parla del popolo mai dei governi (gli F35?)
3) – Non ci sono più soldi, per il popolo naturalmente ma per le banche ci sono sempre
4) – Quindi ci vogliono ancora sacrifici e rigore tagliando sui servizi sociali e finanziamenti
5) – Bisogna pagare più tasse in cambio di un tenore di vita sempre più basso e scadente
In questo modo ci hanno ridotti a lavorare gratis per loro e ci hanno tolto anche le mutande. I banchieri sono i veri parassiti della società, noi tutti lavoriamo per mantenerli.
Noi milioni di criceti che fanno girare la ruota del sistema finanziario, dell’industria bellica e delle multinazionali. Siamo obbligati a pagare persino un mostruoso sistema repressivo e poliziesco (EUROGENDFOR) nel caso volessimo ribellarci e non UBBIDIRE alle loro leggi con le quali ci rendono sudditi e schiavi del loro sistema.
SVEGLIAMOCI! SE OGNUNO DI NOI CONDIVIDESSE QUESTO POST, DOMANI SAREMMO IL DOPPIO DI QUELLI DI OGGI o quantomeno a tantissimi verrebbero dei seri dubbi sulla nostra vecchia e cara DEMOCRAZIA che però stranamente somiglia sempre di più a una DITTATURA !!!
Un vecchio dottore giapponese scampato alla bomba atomica
Il Giappone è ancora oggi, l’unico Paese del mondo ad essere stato vittima della bomba atomica. Da quel giorno in cui i demoni furono sganciati sulle città di Hiroshima e Nagasaki, nell’agosto del 1945, il Paese continua a soffrirne le conseguenze in silenzio. Un dottore ultranovantenne, un hibakusha [che in giapponese significa un ‘sopravvissuto alla bomba’], continua a urlare al mondo i pericoli e la barbarie della bomba atomica. Il suo nome è Shuntaro Hida.
Il primo agosto 1944, un anno prima del bombardamento, il Dottor Hida fu assegnato all’ospedale militare di Hiroshima come medico. Ha assistito all’impatto della bomba a meno di sei chilometri dall’epicentro, e da allora ha visto tutto quello che un medico specializzato nel trattamento delle vittime della bomba può vedere con i suoi occhi. Il Dott. Hida conosce bene gli effetti della bomba—non solo dalla prospettiva di chi era lì, ma anche dalla prospettiva di un medico militare specializzato. Non vi sorprenderà dunque che nel tempo quasi 6.000 pazienti affetti da disturbi legati alle radiazioni si siano rivolti a lui per una consulenza.
Cosa è successo allora quel giorno a Hiroshima? VICE ha parlato con il Dott. Hida, che di quell’esperienza ricorda ogni dettaglio.
VICE: Come riuscì a sfuggire all’impatto diretto della bomba, anche se si trovava a Hiroshima?
Dr. Hida: La notte prima del 6 agosto stavo dormendo sul mio futon, quando qualcuno all’improvviso mi svegliò. Era un vecchio che veniva dal villaggio di Hesaka, a qualche miglio da Hiroshima. La sua nipotina aveva una disfunzione della valvola cardiaca e spesso aveva degli attacchi, per cui mi recavo regolarmente al villaggio a darle un’occhiata. Quella notte ne aveva avuto un altro, allora montai sulla bici del vecchio, e mi feci portare sul posto. Mi allontanai da Hiroshima giusto in tempo per sfuggire all’impatto diretto. Sono stato esposto alle radiazioni, ma da una distanza di circa cinque chilometri e mezzo dall’epicentro.
Ma lei vide il momento in cui la bomba colpì la città?
Sì. Credo di essere tra i pochi che lo videro con i propri occhi e poi ebbero la possibilità di scrivere la propria esperienza, perché la maggior parte degli abitanti di Hiroshima è rimasta uccisa nell’istante stesso in cui ha visto quel fulmine di luce accecante. Ti spiego come andò. Passai la notte in casa del vecchio a tenere d’occhio la bambina. La mattina dopo decisi di darle un sedativo prima di andare via, perché se si svegliava piangendo rischiava di avere un altro attacco. Presi una piccola siringa dalla tasca, e la sollevai davanti a me, premendo in modo da far uscire un po’ di liquido. In quel momento vidi un aereo che sorvolava Hiroshima, proprio di fronte a me.
Doveva essere Enola Gay. Ci racconti quello che vide quando la bomba colpì Hiroshima.
La prima cosa che vidi fu la luce. Era così intensa che sono rimasto accecato per un attimo. In quello stesso momento sono stato travolto da un calore molto forte. La bomba aveva rilasciato un’onda termica di 4.000 gradi nel momento in cui aveva colpito il suolo. Io entrai nel panico, mi coprii gli occhi, e rimasi accucciato per terra. Non si sentiva nulla, lo stormire degli alberi si era fermato. Sentii qualcosa muoversi, allora guardai prudentemente fuori dalla finestra, nella direzione da cui era venuta la luce. Il cielo era azzurro, e non c’erano nuvole, ma c’era un anello rosso di fuoco su nel cielo, sopra la città! Nel mezzo dell’anello c’era una grossa palla bianca che continuava a crescere come la nuvola di una tempesta—era perfettamente rotonda. Diventava sempre più grande, finché non raggiunse l’anello, e allora esplose tutto, formando un’unica grande palla di fuoco. Era come vedere nascere un nuovo sole. Da piccolo avevo visto l’eruzione del vulcano Asama da vicino, ma questo era molto più forte. Le nuvole erano bianche, ma brillavano come arcobaleni mentre si sollevavano nel cielo. Era davvero bello. Lo chiamano ‘fungo atomico’, ma in realtà è come una colonna di fuoco: la parte inferiore della colonna è in fiamme e la parte superiore è la palla di fuoco, che si tramuta in una nuvola mentre continua a salire nel cielo. Poi, da sotto la colonna di fuoco, cominciarono a diffondersi orizzontalmente delle nuvole nere come pece, fin sopra le montagne che circondavano Hiroshima. Erano nuvole di sabbia e polvere che venivano spinte su dalla pressione generata dall’impatto. Venivano verso di noi come una marea. Noi eravamo su una collina, accanto a noi c’era una rupe, ma la nuvola di polvere ci fu subito sopra. Prima che me ne rendessi conto la casa del vecchio fu inghiottita e schiacciata dall’onda. Fortunatamente il tetto di paglia fece da cuscino, e salvò me e la bambina. Allora mi resi conto che era successo qualcosa di terribile, e corsi all’ospedale di Hiroshima con la bicicletta del vecchio.
Il Dottor Hida nel 1942.
Quale fu il primo caso di vittima della bomba atomica che vide?
Incontrai la prima vittima a metà strada. Questa cosa nera venne fuori da dietro un angolo di strada, barcollando maldestramente. Non avevo idea di cosa fosse. Ho rallentato e mi sono avvicinato lentamente, e gradualmente mi sono accorto che era una persona. Cercai di guardarlo in faccia, ma non ce l’aveva. C’erano solo delle grosse palle al posto degli occhi, un buco aperto in corrispondenza del naso, e le labbra erano così gonfie che occupavano metà della faccia. Era una cosa mostruosa. E aveva questa cosa nera che sembrava una manica strappata, e così all’inizio pensai che indossasse degli stracci. Mi chiedevo come tutto questo fosse possibile, quando l’uomo cominciò a venire verso di me. La mia prima reazione fu di arretrare. Ma quella cosa inciampò sulla mia bici e cadde a terra. Essendo un dottore, mi precipitai verso di lui e cercai di sentirgli il polso. Ma tutta la pelle del braccio si era staccata, non sapevo da dove prenderlo. Mi accorsi che la persona non aveva addosso degli stracci, ma era completamente nuda. Quelli che avevo creduto stracci non erano altro che la pelle viva che si era staccata dal corpo e penzolava ancora. Anche la pelle della schiena era bruciata e si staccava, e c’erano decine di piccole schegge di vetro che la punteggiavano. Diede un paio di sussulti, e poi giacque del tutto immobile. Era morto.
È un’immagine davvero scioccante. Si imbattè in altre scene traumatiche?
Sì. In qualche modo riuscii a raggiungere l’ospedale ma c’era un grosso incendio, e non potei ad entrare. Mi misi a pensare al da farsi, e infine decisi che, visto che ero un dottore, e che ero ancora vivo, la cosa migliore da fare era tornare al villaggio. Hesaka era il villaggio più vicino a Hiroshima, per cui tutti gli sfollati sarebbero stati portati lì, e magari sarei riuscito a medicare qualcuno. Ci misi altre tre ore pedalando lungo il fiume, ma alla fine arrivai alla scuola elementare del villaggio. Diedi un’occhiata al cortile. Era pieno di corpi carbonizzati al suolo, come se qualcuno li avesse sparsi. Ci saranno state mille persone. Alla scuola trovai altri tre dottori dell’esercito, e ci mettemmo a pensare a un piano di azione. Ma le vittime erano tutte ustionate in maniera gravissima, e in condizioni critiche. Non c’era molto da fare. Quello che facemmo quella notte fu solo separare i morti dai vivi che giacevano al suolo, e cominciare a portare via i corpi. Mentre mi davo da fare, tutti gli hibakusha mi fissavano. Facevo del mio meglio per evitare di guardarli negli occhi. Ma poi incrociai lo sguardo di un uomo, e mi sentii obbligato ad andare a sentire come stava. Mentre mi avvicinavo lui mi fissava con gli occhi sgranati, uno sguardo orrendo. Le persone che stavano morendo lì non avevano neanche un’idea di cosa fosse successo, e per questo tutti avevano occhi come quelli degli animali. Hai mai visto gli occhi di un maiale quando viene sgozzato? Spaventoso, no? Questa persona mi guardava in quel modo. Me li sogno ancora oggi quegli occhi. Ogni anno, verso il 6 agosto, sogno quegli occhi, tutte le notti. Non voglio vederli mai più, ma loro continuano a comparire. Tanta è stata l’impressione che mi hanno fatto.
Quando ha cominciato a occuparsi degli hibakusha sopravvisuti?
Il terzo giorno dopo la bomba cominciammo ad occuparci di quelli che sembravano avere una possibilità di sopravvivere. Fu lì che scoprimmo gli effetti delle radiazioni. Per prima cosa, alle vittime viene la febbre, più di 40. Era così alta che i termometri si rompevano. Poi, avvicinandoci ai loro volti, notammo che avevano un alito spaventosamente fetido. Era impossibile avvicinarsi. Credo che in termini medici quell’odore sia una combinazione della necrosi e della decomposizione. Se gli esaminavamo la bocca, vedevamo che era completamente nera. I globuli bianchi nei loro corpi erano stati neutralizzati, e per questo i batteri nelle bocche si erano moltiplicati velocemente. E visto che non c’era nulla che le proteggesse, cominciavano a marcire molto prima che in normali casi di infezione, o di formazione di pus. Sentivamo l’odore, un odore che solo quelli che hanno visto le conseguenze della bomba conoscono. Poi cominciammo a riscontrare delle pustole viola sulla pelle non ustionata. In termini medici questo fenomeno si definisce ‘purpura’ e si forma di solito prima che un paziente affetto da una malattia come la leucemia muoia. I pazienti perdevano tutti i capelli, come se gli avessero spazzato la testa con una scopa. Le radiazioni di solito colpiscono le cellule sane, per cui le radici dei capelli sono le prime a morire. I sintomi terminali sono il vomito di sangue, e altre emorragie dagli occhi, dal naso, dall’ano, dai genitali. Le vittime resistono poche ore prima di morire. All’epoca eravamo tutti terrorizzati, perché nessuno sapeva cosa poteva aver causato tutto questo.
Ha detto che anche lei fu esposto alle radiazioni. Ne ha avvertito i sintomi in seguito?
Il sintomo più forte che ho sperimentato è stato un precoce invecchiamento delle ossa. La mia colonna vertebrale è in condizioni penose. Ho avuto problemi alla parte bassa della schiena dopo essere stato esposto alle radiazioni, e ho dovuto subire numerosi interventi chirurgici. Nei momenti peggiori mi sono ritrovato a strisciare a terra per il dolore. Comunque, l’invecchiamento sembra essersi fermato quando ho compiuto 80 anni, e ho cominciato una terapia basata sul camminare su e giù nell’acqua di una piscina. Nell’ultima Giornata della Memoria della Bomba Atomica ho passeggiato per Hiroshima e Nagasaki con il mio bastone. La paura più grossa per tutti gli hibakusha è quella, un giorno o l’altro, di sviluppare il cancro. Non possiamo pianificare le vite come gli altri. Quando ci iscriviamo all’università, quando ci sposiamo, quando abbiamo figli, dobbiamo sempre fare i conti con questa paura. Ci hanno derubato dei nostri diritti di esseri umani. Non è stato violato solo il nostro diritto a vivere come esseri umani, siamo anche stati costretti a vivere con la consapevolezza che un giorno avremmo sviluppato una malattia come risultato diretto dell’esposizione alla bomba. Ma non sappiamo esattamente quando succederà, e fino ad allora vivremo nella paura. Anche se facessimo causa al nostro Paese e ricevessimo dei soldi, non cambierebbe nulla. Qualsiasi somma di denaro non potra mai darmi indietro tutti questi anni di sofferenze.
Dopo refrendum Grecia: è ora di costruire la nazione Europa!
Grande è la confusione sotto al cielo, la crisi mette in ginocchio sicurezze e valori della società occidentale, ma nessuno se la sente di criticare il capitalismo nel suo complesso. Noi pensiamo che la soluzione per questo XXI secolo sia, ancora una volta, il comunismo. Cerchiamo di spiegarvi il perchè…
Ci troviamo in “democrazia”, ci raccontano, così come ci raccontano che ci troviamo nel migliore dei sistemi politici ed economici possibili. Ce lo raccontano, a ben guardare, per ovvi motivi. Sono costretti a farlo perchè fin quando un sistema riesce a produrre ricchezza e crescita, è sempre facile lasciare le briciole alla massa dei cittadini in modo da tenerli buoni, convincendoli che alla fine, dopotutto, il sistema non è così male. E’ quanto successo al capitalismo nel XX secolo, un sistema che è stato colpito al cuore dalle contraddizioni delle guerre mondiali, del colonialismo, dello sfruttamento, dal fascismo, ma che ha saputo trovare in alcuni elementi del socialismo lo sprone a rinnovarsi, innervandoli dentro di sè. Lo stato sociale, lo stesso concetto di Welfare, è un concetto completamente assente nel capitalismo tout court, il cui unico obiettivo è appunto il profitto, fine a se stesso, che assurge a unico criterio per giudicare la realtà. Il capitalismo, quel capitalismo, non funzionava, per questo motivo l’ideologia comunista è fiorita sulle sue stesse contraddizioni, indicando con nettezza la prospettiva della costruzione di una società realmente alternativa, che ponesse al centro non più il profitto, bensì il superamento della sfruttamento e la costruzione di una società giusta ed equa.Così, per vincere la sua sfida, il capitalismo mondiale si è riformato, ha capito che senza le briciole, la stragrande maggioranza dei cittadini avrebbe voltato le spalle a quel sistema iniquo, e per questo ha saputo redistribuire un minimo i profitti, facendo credere che la crescita sarebbe stata eterna. Grazie a questo inganno le masse hanno progressivamente voltato le spalle al comunismo, meglio avere qualcosa oggi e domani che lavorare per un qualcosa che potrebbe non esserci mai. La dissoluzione del socialismo reale ha fatto il resto, rompendo ogni argine, anche culturale, al dispiegamento ideologico del capitalismo come totalitarismo. I totalitarismi infatti hanno una peculiarità che li contraddistingue, pensano tutti di aver diritto a essere “eterni” e non ammettono critiche, tenendo a soffocarle o a disinnescarle sul nascere. Il marxismo rappresenta la critica più coerente, matura, e completa al capitalismo, ecco il motivo per cui il “comunismo” è stato bandito dai salotti universitari dell’Occidente post Guerra Fredda, relegato a teorie estremistiche e residuali di un pugno di intellettuali scollegati dalla realtà. Noi pensiamo che a essere scollegati dalla realtà siano, al contrario, i fanatici del libero mercato, i totalitaristi del capitalismo, persone che hanno imposto e fatto passare il concetto della “fine della storia” e dell’inevitabilità del sistema capitalistico.
Questi personaggi, a ben guardare, controllano i gangli pulsanti della società, controllano i nodi produttivi, la comunicazione mediatica, controllano in sostanza il funzionamento della vita civile. Per quale motivo dovrebbero, di fronte allo sgretolamento del loro impero, permettere che l’unica critica concreta e costruttiva del capitalismo, il comunismo appunto, possa trovare nuovamente credito? I comunisti propugnano un sistema che andrebbe contro gli interessi di costoro per venire incontro agli interessi dei più, di quelli che hanno ricevuto le briciole per tanti decenni e che oggi non ne ricevono più. I comunisti strapperebbero il controllo dell’economia dalle mani di pochi privati per socializzarlo alle masse, o comunque per iniziare un processo che metta la pianificazione per l’interesse generale al primo posto. I comunisti inizierebbero, nella pratica, a redistribuire le ricchezze che oggi in tutti i paesi occidentali sono concentrate in pochissime mani, le stesse mani che ricattano il potere centrale minacciando, in caso di tasse troppo alte, di spostare all’estero gli apparati produttivi. Il comunismo oggi imporrebbe di porre al centro la diffusione della cultura come migliore antidoto alla miseria morale e alle scorie di odio, razzismo e invidia sociale create dal capitalismo. Il comunismo oggi, porrebbe al centro del tavolo politico la questione della sovranità nazionale, una questione già archiviata dal capitalismo che vuole la socializzazione delle perdite e la privatizzazione dei profitti, e soprattutto che pone la sovranità dei singoli paesi sotto la legge del profitto, capace questa di scavalcare la volontà popolare dei singoli paesi, mistificando Parlamenti e umiliando popoli.
E in tutto questo i comunisti sono gli unici che vengono osteggiati sia dalla cosiddetta”sinistra” sia dalla destra, e anche in questo caso è facile comprendere il perchè. La “sinistra” ormai dopo la caduta del socialismo reale e l’assalto ai valori del comunismo e del marxismo, non è piu tale. Non persegue più infatti la costruzione di un sistema alternativo, il socialismo appunto, ma si è arresa a provare a gestire e operare in un sistema creato dai suoi avversari politici. Il capitalismo però non è riformabile,e Marx ha spiegato il perchè in un modo talmente efficace e netto da fugare ogni dubbio. Il capitalismo contiene in sè stesso le contraddizioni sistemiche che non possono che portare alle storture che oggi tutti quanti tocchiamo con mano, e viceversa il comunismo non contiene in sè le criticità che sono state prese a pretesto dai suoi detrattori nel corso del XX secolo per bocciarne in toto l’esperienza. La cosiddetta “sinistra” mondiale ha pensato bene invece di gettare alle ortiche l’esperienza del comunismo per potersi riciclare dopo il fallimento del socialismo reale, svelando in questo modo la propria vera natura .
Sorpresa dalla Svizzera: la Banca centrale sgancia il franco da quota 1,2 sull'euro
Mossa a sorpresa della Banca centrale svizzera (Bns), che ha abolito il tasso di cambio minimo di 1,20 franchi per 1 euro e parallelamente ha abbassato di 0,5 punti il tasso d'interesse di riferimento portandolo a -0,75%. Una manovra inaspettata anche per il Fondo monetario internazionale tanto che Christine lagarde, numero uno dell'istituto di Washington si è riservata di commentare in futuro la decisione della Bns.
Tre anni fa, quando la divisa elvetica era fortemente sopravvalutata, la Banca svizzera aveva annunciato l'introduzione di una misura di grande impatto: fissare un limite alla forza della sua valuta, oltre la quale non sarebbe stato tollerabile andare, individuando in 1,2 verso la divisa unica europea il rapporto di cambio. L'aver rimosso ora quel tetto, o meglio quella soglia difensiva, ha provocato grandi scossoni sul mercato valutario, con la conseguenza di trascinare al ribasso anche la Borsa di Zurigo.
La stessa Banca centrale, nel comunicato odierno, ha ricordato che quella era stata "una misura eccezionale in un periodo di grande sopravvalutazione della divisa elvetica e di grande incertezza sui mercati". Ora però il forte indebolimento dell'euro rispetto al dollaro ha causato un deprezzamento del franco nei confronti della moneta Usa. Nel frattempo, "l'economia" svizzera "è stata in grado di avvantaggiarsi di questa fase e regolarsi sulla nuova situazione". Lo stesso governatore, Thomas Jorda, ha spiegato: "Abbiamo deciso che non aveva più senso portare avanti la politica del tetto con l'euro, che non era più sostenibile e che avrebbe potuto essere portata avanti solo con continui interventi sui mercati".
Perché la soppressione del tetto non comportasse un "inopportuno irrigidimento delle condizioni monetarie", la Banca - spiega ancora la nota - "ha abbassato i tassi di interesse in modo significativo". Una decisione che però i trader paiono non aver preso in considerazione, visto che il franco ha continuato ad apprezzarsi.
Nel grafico di Bloomberg, lo scossone sul cambio euro/franco all'annuncio della Banca centrale svizzera: dalla stabilità a quota 1,2 - quella difesa dall'istituto elvetico - si vede il tracollo repentino della moneta unica (che significa, di contro, rafforzamento del franco) e la successiva volatilità
Come accennato, nelle sale operative la novità è stata accolta con grande agitazione. Si è generato un "movimento epocale, che ha cancellato in pochi minuti i tentativi della Banca centrale di tenere il cambio sopra quota 1,20, con un floor artificiale, dopo che il mercato aveva portato i due cambi nel 2011 vicino alla parità", spiega a caldo Carlo Alberto De Casa, senior analyst di ActivTrades. "Sotto quota 1,20 erano posizionati numerosissimi stop loss", cioè ordini automatici che fanno vendere il titolo o la valuta nel momento in cui raggiunge valori troppo bassi, "che hanno determinato il crollo delle quotazioni, fino a dei valori esasperati in area 0,85-0,86". Sul mercato si è generata una "reazione di pancia" e quando "ci si è resi conto di essere scesi troppo, sono tornati gli acquisti che hanno riportato il rapporto di cambio sopra la parità verso l'area 1,03-1,05". Alla fine della giornata di scambi in Europa, l'euro è a quota 1,04 sul franco.
Oscillazioni così ampie come quella odierna (il cambio tra dollaro e franco è passato da 1,022 a 0,74), evidenzia Riccardo Ambrosetti, presidente di Ambrosetti Asset Management, sono molto rare. Ora "è ipotizzabile con una significativa probabilità di successo che la zona intorno a quota 0,7 del cambio dollaro franco rappresenterà il pavimento almeno per il 2015 con corrispettivo soffitto a quota 1,02".
Per De Casa, si tratta di una mossa "rischiosa" da parte della Svizzera, anche in considerazione degli studi che legano alla variazione di "una figura, cioè il passaggio da 1,2 a 1,19 nel cambio, a una perdita di 4mila posti di lavoro", in ragione della minor competitivtà dell'export elvetico in presenza di una moneta rafforzata. Se ciò fosse confermato, la mossa odierna potrebbe voler dire 60 o 80mila posti in meno, considerando la sola variabile valutaria. Per Claudia Segre, segretario generale di Assiom Forex, la Banca centrale elvetica ha però ragionato "cercando di limitare le spese per difendere il cambio fisso a 1,2", che richiedeva l'assorbimento di numerose riserve in valuta estera, soprattutto dollari, "e contando sul fatto che il Paese si trova in una fase di piena occupazione". Certo, in futuro il franco forte potrà rappresentare un problema: "Senza più il segreto bancario e con l'export penalizzato, dovranno dare risposta a nuovi interrogativi".
Vincenzo Longo, dall'ufficio studi di Ig Markets, nota che in pochi si aspettavano così presto questa decisione. "C'erano diverse voci sulla possibilità di scendere a un supporto di 1,15, ma nessuno si aspettava una mossa del genere", aggiunge Segre. Possibile allora che la Bns abbia deciso di giocare d'anticipo, sapendo che il possibile annuncio da parte della Bce su un quantitative easing, nel board del 22 gennaio, avrebbe potuto generare "un fallimento nella difesa del cambio", aggiungono ancora dal Ig.
Questa mossa, letta allora in filigrana rispetto alle aspettative per gli annunci di Draghi, rappresenta un "ulteriore tassello a supporto di un Qe", spiega di nuovo Segre. Pur essendo fuori dall'euro, è anch'essa una risposta alle pressioni per combattere la deflazione.
Quanto alle ripercussioni per gli investitori, ottime nuove per chi ha in portafoglio asset in franchi svizzeri o conti al riparo delle Alpi, visto il rafforzamento della divisa elvetica. Un 'gioco' che vale anche per chi si appresta a rimpatriare capitali, sfruttando la voluntary disclosure, ora rivalutati rispetto all'euro. Non mancano le corse ai cambiavalute, soprattutto in prossimità con l'Eurozona. Per chi ha franchi, cambiare in euro e venire a fare shopping in Italia è ora un gran vantaggio, considerando pure la stagione dei saldi. Buone nuove anche per i frontalieri, che hanno uno stipendio in valuta elvetica ma vivono in Italia, o Francia o Germania. Segnalato invece il panico in alcuni Paesi dell'est Europa, dove all'inizio degli anni 2000 molti hanno contratto mutui per la casa in franchi svizzeri quando era molto vantaggioso e vedono ora aumentare il peso del loro debito. In Croazia, segnala Radiocor, la kuna ha perso il 17% verso il franco e la situazione riguarderebbe circa 60.000 mutui, con ripercussioni su 300mila persone. In Polonia, ad essere colpite sarebbero 700mila famiglie, dopo che lo zloty è arretrato del 20% contro il franco. A perdere, in questo caso, sono anche i colossi svizzeri: i titoli di giganti quali Lindt o Swatch hanno subito una vera e propria batosta, con i manager in fila per rilasciare dichiarazioni di sgomento che poco si addicono alla solita compostezza svizzera.
Renzi offre la GRAZIA al caimano: l'asse Renzino-Berlu che affonderà l'Italia
La norma infilata da Palazzo Chigi nel decreto di attuazione della delega fiscale permetterà a B., condannato a quattro anni e due di interdizione dai pubblici uffici nel processo per i diritti tv Mediaset, di chiedere al giudice di far decadere la sentenza perché il reato si è estinto!!!!
Niente grazia, non serve. Questione di tempi e dettagli. Mettiamoli in fila: elezioni per il Quirinale alle porte, un provvedimento approvato alla vigilia di Natale, un articolo infilato in extremis, cinque righe di testo, e il patto del Nazareno si sublima: la riabilitazione di Silvio Berlusconi. Tecnicismi a parte è questo il possibile risultato della norma infilata da Palazzo Chigi nel decreto di attuazione della delega fiscale approvato lo scorso 24 dicembre.
Nei giorni scorsi il Fatto ha raccontato l’incredibile genesi di una modifica che non figurava nel testo uscito dal ministero dell’Economia (che l’aveva bocciata) e che – all’ultimo giro di boa – è comparsa poco prima di entrare nel Consiglio dei Ministri: di fatto permetterà al fu Cavaliere di tornare in campo, libero, cancellando con un tratto di penna la condanna a 4 anni – e due di interdizione dai pubblici uffici – per frode fiscale nel processo per i diritti tv Mediaset. Quella che lo ha fatto decadere da Senatore per effetto della legge Severino. La norma è l’articolo 19-bis. Questo stabilisce chiaramente che non si viene più puniti se Iva oimposte sui redditi evase “non sono superiori al 3%rispettivamente dell’imposta sul valore aggiunto o dell’imponibile dichiarato”. In pratica non c’è nessun limite, ma solo unaproporzione, sotto la quale il reato penale scompare: quella che in gergo tecnico si chiama “soglia parametrata” e che ha fatto infuriare l’ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco e – stando a quanto appurato dal Fatto – preoccupa anche i vertici dell’Agenzia delle Entrate, a partire dalla neo direttrice Raffaella Orlandi, allieva di Visco. L’intervento avrà effetto non solo per il futuro, ma anche per i processi in corso e quelli ormai conclusi per effetto del“favor rei”, per cui le disposizioni penali favorevoli valgono anche per il passato. Non solo, la norma è stata scritta in modo da sanare non solo i reati di infedeltà fiscale, come l’evasione, ma anche la frode fiscale. Su un miliardo di reddito si può evadere o frodare il fisco fino a 30 milioni di euro.
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E qui entra in gioco Berlusconi. L’altro contraente del patto del Nazareno (oltre Renzi, s’intende) è stato condannato per aver evaso il fisco, negli anni 2002 e 2003, per circa 7 milioni di euro, attraverso ammortamenti gonfiati dei diritti televisivi acquistati. È il residuo di una somma ben maggiore – i pm di MilanoFabio De Pasquale e Sergio Spadaro avevano calcolato in 368 milioni di dollari la cifra gonfiata ai fini dell’evasione fiscale – via via erosa dai tempi della prescrizione. Stando alla sentenza, nel 2002 l’importo evaso è di 4,9 milioni di euro su un reddito dichiarato di 397 milioni: l’1,2%. Sul 2003 si tratta invece di 2,4 su 312 milioni di euro: lo 0,7%. In entrambi gli anni la soglia del 3% non viene raggiunta. La percentuale è ancora più bassa se calcolata sul reddito vero (e non dichiarato), che per entrambi gli anni è superiore di qualche milione di euro. In questo modo il reato di frode non sussiste, e si paga solo la sanzione amministrativa. Cosa comporta? In gergo tecnico si chiama “incidente di esecuzione”: vista l’estinzione del reato, il condannato fa richiesta al tribunale, e il giudice fa decadere la sentenza di condanna. E con essa, in questo caso, non solo i servizi sociali – cui Berlusconi è stato assegnato – ma anche la pena accessoria, cioè l’interdizione (e quindi la decadenza da Senatore). È già successo ad altri condannati illustri, grazie proprio alle riforme berlusconiane (come quella sul falso in bilancio). Se così fosse, l’“agibilità politica ” per l’ex Cavaliere auspicata ieri da una fedelissima di Arcore come Stefania Prestigiacomo (Fi) come primo atto del prossimo inquilino del Colle sarebbe invece un dato già acquisito: “Serve un pacificatore”, ha spiegato. E invece è arrivata una manina in extremis. A poche settimane dall’inizio del round che porterà all’elezione del prossimo Presidente della Repubblica, dopo le dimissioni di Giorgio Napolitano non è un dettaglio da poco. Tramontata definitivamente l’ipotesi di una convergenza con il M5S, i voti di Fi saranno decisivi per evitare una nuova empasse.
La manina risolve molti problemi. Ed è orfana. Come confermato da più fonti, e ieri dal sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti(Sc), la norma è stata infatti inserita all’ultimo da Palazzo Chigi dopo che il Tesoro l’aveva bocciata. E anche nella forma peggiore. Per intenderci: quella cassata dal Mef prevedeva l’applicazione solo per l’evasione, non per la frode. La modifica è comunque passata al vaglio del dipartimento affari giuridici della Presidenza del Consiglio, guidato dalla renzianissima Antonella Manzione, ex capo dei vigili urbani di Firenze. Secondo Visco la norma è un “enorme regalo ai grandi evasori”. A cui si aggiunge anche la triplicazione delle soglie di punibilità (da 50 a 150 mila euro) che – secondo Il Sole 24 Ore – “farà saltare un processo su tre”. Zanetti ha auspicato una modifica (almeno per la frode). Tocca però a Matteo Renzi disporla.
Lettera a Pinocchio?
Un uomo del web non può tenere segreta una lettera. Anzi, la missiva diventa strumento di propaganda. Normale. Con chi pensano di avere a che fare Barroso e Katainen? In quale mondo vivono? Nel vecchi volti raggrinziti di Monti e Letta? Signori, siamo in Renzilandia, il regno del virtuale, della grancassa delle promesse e degli annunci. Della politica spettacolo. La lettera della Bce del 2011, che pure ha avuto riflessi politici piuttosto pesanti, era indirizzata a Berlusconi, uno che rispetto a Renzi è un apprendista, un dilettante, perfino riservato. Dunque nessuna sorpresa. Strictly confidential? Ma suvvia, vecchie cariatidi non ancora rottamate, è proprio l’invito a fare l’opposto.
Mancano due miliardi e Renzi li trova in una giornata. Come un prestigiatore li fa uscire dal suo cilindro. Ne mancano quattro? Serviranno due giornate. Pinocchio o Mandrake? Ma che importanza ha? E attenti perché il nostro Matteo adesso è lui che minaccia l’Europa. Dirà quanto spende. Perché non lo ha fatto prima? Diciamo la verità, a parte le battute e le ironie che Renzi ispira quando parla da “gradasso”, come lo ha definito Giampaolo Pansa, nel merito il giovin signore fiorentino ha ragione. Tutto in Italia peggiora. Secondo Standard e Poor il nostro debito è schizzato ancora più su negli ultimi tre mesi, passando dal 130,7% al 133,8% sul Pil, mentre la disoccupazione giovanile è ancora ben oltre il 44%. L’Italia chiuderà l’anno ancora in recessione. Possiamo continuare così?
È così difficile capire che il rigore ci affonda e ci affama? Che anzi il rigore ci appesantisce sia il deficit sia il debito, comprimendo lo sviluppo? Dunque fa bene Renzi a battere i pugni sul tavolo. Fa bene a rinviare al mittente la lettera come ha fatto Hollande. Però Hollande ha sforato il tetto del 3% e nel 2015 sarà ancora sopra il 4, perché, ispirandosi alle note teorie keynesiane, vuole spendere per investimenti pubblici in grado di produrre lavoro, occupazione e sviluppo. Renzi punta tutto sulla detassazione, i diciotto miliardi che servono per l’Irap e per le nuove assunzioni, per larga parte finanziate alzando il deficit dal 2,2% al 2,9%. L’operazione è coraggiosa. Ha trovato l’assenso delle imprese. Padoan considera possibili in due anni ottocento mila nuovi occupati.
Ma se il lavoro non c’è basterà la defiscalizzazione? Questo riguarda soprattutto le piccole imprese che stanno chiudendo per la mancanza di lavoro. E’ questo il punto fondamentale. La riserva di fondo. Serviranno i miliardi che Junker mette a disposizione per i singoli paesi? Sono trecento miliardi davvero? Sono pubblici o in larga parte privati? E in base a quali criteri verranno distribuiti? Ce lo spiegheranno anche questo per lettera? O Renzi dirà che in un giorno ne troverà di più? Ecco quello che ci aspettiamo dal nostro governo, un piano industriale e del lavoro, oltre alla giusta detassazione che la legge di stabilità prevede. Sono troppe le aziende che continuano a chiudere, troppe quelle che sono state delocalizzate in atri paesi con gravi ripercussioni sulla nostra manodopera. Su questo, non sull’articolo 18, il sindacato dovrebbe concentrarsi. Domani tra la Leopolda e piazza San Giovanni ho l’impressione che questo tema resterà sfuocato. E s’udrà a destra uno squillo di tromba di vittoria e dall’altra risponderà lo squillo della disfatta.
Un’unica via per la ripresa dell’Eurozona EUROPA
POLITICHE FISCALI ANTI-CICLICHE: STABILIZZANTI O DESTABILIZZANTI?
In un recente articolo, Roberto Perotti scrive di non essere d’accordo con la proposta di una espansione monetaria e fiscale coordinate nell’area dell’euro, attuate tramite una temporanea riduzione delle tasse finanziata con emissione di moneta. Roberto Perotti non mette in discussione l’efficacia della proposta nello stimolare la domanda aggregata. Ma sostiene che un’espansione temporanea del deficit di bilancio dell’ordine del 5 per cento del Pil non possa essere riassorbita in modo credibile attraverso un piano di tagli futuri della spesa. E afferma che riassorbire un taglio delle tasse di oggi attraverso aumenti di tasse future sarebbe destabilizzante, economicamente e politicamente.
Le politiche avviate negli Stati Uniti e nel Regno Unito durante la grande recessione contraddicono la seconda parte dell’argomentazione di Perotti, come mostra la tavola qui sotto. Gli Stati Uniti hanno fatto crescere il loro deficit di bilancio di quasi il 7 per cento del Pil in un anno, attraverso una combinazione di maggiori spese e minori entrate. Meno della metà di questo aumento è dovuta all’effetto degli stabilizzatori fiscali, il resto riflette scelte politiche discrezionali.
Negli anni successivi questa espansione del bilancio federale è stata riassorbita. In parte perché l’aumento del deficit era riconducibile a misure “una tantum”, adottate per salvare alcune istituzioni finanziarie; in parte, il riequilibrio è avvenuto in modo automatico con la ripresa dell’economia; e in parte è stato ottenuto attraverso cambiamenti nella politica di bilancio, come ad esempio il “Sequester” del 2013. Al netto degli effetti degli stabilizzatori automatici, le spese federali si sono ridotte di più del 2,5 percento del Pil tra il punto più basso del ciclo economico e oggi, mentre le entrare federali (sempre al netto degli stabilizzatori automatici) sono cresciute di circa il 3 per cento del Pil durante lo stesso periodo (fonte: Congressional Budget Office).
Nel Regno Unito l’espansione del deficit è stata simile a quella degli Stati Uniti: + 6,4 per cento in un solo anno, anche in questo caso ottenuta attraverso una combinazione di maggiore spesa e minori entrate fiscali, e per i due terzi dovuta a decisioni di policy. L’espansione fiscale è stata poi completamente riassorbita nel periodo 2010-2013, con circa metà della contrazione (56 per cento) dovuta a misure di policy, quasi interamente sul lato della spesa.
Nell’Eurozona l’espansione fiscale del 2008-2009 è stata minore – con il disavanzo complessivo dell’area che ha registrato un aumento del 4,2 per cento del Pil, circa due terzi di Stati Uniti e Regno Unito. Metà di questa espansione è stata ottenuta attraverso misure di policy. Come nel Regno Unito, l’espansione fiscale è stata in seguito completamente riassorbita, ma con due differenze significative. Le misure discrezionali prese per realizzare la contrazione sono state di un ordine di grandezza doppio rispetto a quelle che hanno accompagnato l’espansione: una contrazione del 4 per cento del Pil nel periodo 2010-2014 rispetto a una espansione discrezionale pari al 2 per cento del Pil nel 2008-2009. Ma quello che è ancora più importante è che lo stimolo di politica fiscale è stato pro-ciclico, in quanto è stato attuato nel mezzo della crisi di debito sovrano che ha ristretto il credito e aumentato l’incertezza economica nel Sud dell’Europa. Inoltre, in molti paesi ha preso solo la forma di un’impennata delle tasse. Il risultato sono stati due anni di recessione che hanno eroso parte dei miglioramenti di bilancio.
C’è un consenso quasi unanime tra gli economisti sul fatto che le politiche anti-cicliche messe in atto negli Stati Uniti e nel Regno Unito, accompagnate da un eccezionale allentamento monetario, abbiano contribuito a stabilizzare le fluttuazioni cicliche e spieghino la ripresa molto più veloce di queste economie rispetto all’Eurozona (sebbene l’epicentro della crisi finanziaria sia stato proprio nei paesi anglosassoni e non nell’Europa continentale). L’affermazione che, nelle condizioni attuali, una politica fiscale anticiclica accompagnata da quantitative easing sia economicamente destabilizzante è quindi difficile da comprendere, anche se fosse realizzata interamente attraverso riduzioni di imposte non accompagnate da tagli di spesa futuri.
Come si è visto, nei paesi anglosassoni il ritorno della crescita ha contribuito in maniera rilevante a riassorbire i disavanzi. E questo è esattamente il punto: accadrebbe lo stesso anche nell’Eurozona.
Tra il 2009 e il 2013, dopo che l’output gap nell’Eurozona è passato dal +3,2 per cento al -3 per cento, il saldo di bilancio complessivo aggiustato per il ciclo si è ridotto di circa 4 punti percentuali di Pil. In alcuni paesi, la restrizione pro-ciclica è avvenuta principalmente attraverso tagli alla spese (in Spagna in particolare) ed è stata più innocua. Altrove, come in Italia, si è basata interamente su un inasprimento delle tasse e ha prodotto una grave e duratura recessione. Parte del taglio alle tasse che proponiamo semplicemente cancellerebbe gli aumenti pro-ciclici delle imposte varati in questi paesi al culmine della crisi del debito sovrano. Quando redditi e prezzi cominceranno di nuovo a salire, una parte dell’espansione di bilancio si ridurrà automaticamente senza la necessità di alcun intervento, come è avvenuto negli Usa e nel Regno Unito. Se l’elasticità del bilancio al ciclo fosse simmetrica (non è necessariamente così) e utilizzando i numeri del deterioramento di bilancio sperimentato nell’area euro tra il 2007 e il 2009 (un calo ciclico del bilancio, cioè al netto degli interventi, del 2 per cento del Pil, a fronte di un peggioramento dell’output gap del 6,6 per cento), un azzeramento dell’output gap dal livello attuale (-3,8 per cento alla fine del 2013) migliorerebbe automaticamente il deficit dell’Eurozona dell’1,2 per cento del Pil, un numero relativamente piccolo, ma non trascurabile.
AZZARDO MORALE E CREDIBILITÀ DI FUTURI TAGLI ALLA SPESA
Roberto Perotti ripropone inoltre la tesi secondo la quale politiche monetarie e fiscali non stringenti creerebbero un azzardo morale, in particolare nei paesi del Sud Europa. Non c’è dubbio che i Governi cdi Italia e Francia potrebbero non avere la volontà politica, o la maggioranza in Parlamento, per portare avanti le importanti riforme strutturali che sarebbero nell’interesse di lungo periodo di questi paesi. Ma non è per niente certo che prolungare la depressione sia la ricetta migliore per favorire una maggiore disponibilità a realizzare le riforme. Anzi, è molto probabile che sia vero il contrario, per due motivi. Primo, una stagnazione ancor più lunga e un più alto tasso di disoccupazione possono solo rafforzare i partiti più radicali e populisti in tutta Europa. La recente crescita del Movimento 5 Stelle in Italia e dei sentimenti anti-euro in Francia non sono avvenuti per caso, sono la conseguenza dei fallimenti economici del progetto europeo. Secondo, l’opposizione politica ai tagli alla spesa e alle riforme strutturali tende a essere più forte quando l’economia è depressa, perché gli elettori percepiscono tali misure come veicoli di un ulteriore abbassamento della domanda aggregata e di un aumento dei licenziamenti.
La sequenza corretta, dal punto di vista sia economico che politico, è dunque una sostituzione intertemporale: tagli alle tasse espansivi ora per far ripartire la crescita e tagli alla spesa via via che l’economia si riprende. Per dare credibilità alle misure future, i tagli di spesa potrebbero essere votati subito dal Parlamento, rimandandone però avanti nel tempo l’entrata in vigore, e con un impegno di legge (una clausola di salvaguardia) ad alzare le tasse di un ammontare corrispondente se i tagli alla spesa dovessero essere abbandonati.
ESISTE UNA STRATEGIA ALTERNATIVA?
La strategia alternativa suggerita da Perotti – passi incrementali e simultanei per ridurre spesa e tassazione allo stesso tempo – può funzionare in tempi normali, ma è politicamente troppo difficile da percorrere nelle attuali circostanze. Inoltre, e più importante, non coglie assolutamente il punto centrale: in questo momento abbiamo bisogno di un importante sforzo coordinato per far ripartire la domanda aggregata nell’Eurozona. Non si può lasciare questo compito alla sola Bce, pena il fallimento.
Il nuovo presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha proposto di aumentare gli investimenti pubblici per un totale cumulato di 300 miliardi di euro nei prossimi anni. Tuttavia, è probabile che anche questa strategia non riesca nell’intento, perché la spinta alla domanda aggregata arriverebbe troppo tardi e perché le risorse sono troppo scarse per fare la differenza (il ministro delle Finanze della Germania, Schauble, ha già ridotto la cifra totale, lasciando intendere che la somma complessiva dovrebbe includere i fondi strutturali e dovrebbe essere finanziata anche dal settore privato).
L’intervento di Mario Draghi a Jackson Hole, il suo riconoscimento che la crescita in Europa è vincolata dalla carenza di domanda, che la politica appropriata per allentare i vincoli è uno sforzo coordinato di politica monetaria e fiscale, e che la politica monetaria può giocare solo il ruolo di accompagnare la crescita, ma può difficilmente esserne il motore, ha cambiato il panorama politico. Se i governi dell’area euro non colgono questa opportunità e continuano a cercare scappatoie, passeranno alla storia come i responsabili della distruzione dello sforzo, che dura da sessanta anni, per costruire un continente senza guerre. Sfortunatamente sembrano proprio determinati a farlo.
Tabella 1a: espansione fiscale negli Usa durante la grande recessione
Fonte: 2014 Economic Report of the US President, I numeri del 2014 sono previsioni. La fonte per il deficit aggiustato per il ciclo è il Congressional Budget Office e il numero si riferisce all’anno fiscale (anziché solare).
Tabella 1b: espansione fiscale nel Regno Unito durante la grande recessione
General government. Fonte: Commissione europea, Cyclical adjustment of budget balances, Spring 2014. I dati per 2014 sono previsioni.
Tabella 1c: Espansione fiscale nell’area euro durante la grande recessione
Area euro (18 paesi), general government. Fonte: Commissione europea, Cyclical adjustment of budget balances, Spring 2014. I dati per il 2014 sono previsioni.
Berlusconi e Dell'Utri: “Mafia mafia mafia” Ecco gli audio choc di Emilio Fede
Chissà cosa penserà Marcello Dell'Utri nella sua cella del carcere di Parma quando leggerà lo sfogo di Emilio Fede registrato dal suo personal trainer Gaetano Ferri. Frasi rubate, nel 2012, che pesano però come macigni sulla storia imprenditoriale del Caimano di Arcore. «Guarda a Berlusconi cosa gli sta mangiando. Perché lui è l'unico che sa... Ti rendi conto che ci sono 70 conti esteri, tutti che fanno riferimento a Dell'Utri?». In altre parole, secondo le registrazioni del personal trainer ai danni dell'ex direttore del Tg4, il senatore condannato per concorso esterno in associazione mafiosa avrebbe la disponibilità di 70 conti esteri.
Un tesoro nascosto? Sarà la magistratura ad accertarlo, visto che Ferri ha consegnato il nastro alla procura di Monza. Anche perché Emilio Fede, intimo amico di Silvio Berlusconi e con lui imputato nel processo Ruby (condannato a 7 anni in primo grado), sa molto del privato del leader di Forza Italia. «E' tutto falso, l'ho già detto ai magistrati e ho denunciato quel truffatore per calunnia e minacce gravi», è stata la secca replica all'Ansa di Emilio Fede che ha aggiunto: «Lui ha manipolato le mie dichiarazioni».
Intanto, quella registrazione i pm lombardi l'hanno inviata allaprocura di Palermo che ha istruito l'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia e che rappresenta l'accusa nel processo in corso che vede alla sbarra politici della prima Repubblica e boss di Cosa nostra. Non solo. L'intercettazione abusiva è stata depositata agli atti.
«C'è stato un momento in cui c'era timore... Che loro hanno messo Mangano (il boss conosciuto come lo stalliere di Arcore) attraverso Marcello (Dell'Utri ndr)», si sente nella registrazione. E ancora: «La vera storia della vicenda Berlusconi... mafia, mafia... soldi, mafia, soldi... Berlusconi». Secondo i nastri «Dell'Utri era quello che investiva» e l'unico che sa davvero la verità: «Chi può parlare? Solo Dell'Utri».
Da quanto emerge dalle registrazioni il giornalista avrebbe ragionato anche su fatti specifici, come un dialogo tra l'ex senatore e Berlusconi: «Mangano era in carcere. Mi ricordo che Berlusconi arrivando... 'hai fatto?'... 'sì sì... gli ho inviato un messaggio... gli ho detto a Mangano: sempre pronto per prendere un caffè. Era un messaggio per rassicurare lui su certe cose che non so». Dalla registrazione sembrerebbe che Fede chiuda con una lode al mafioso stalliere: «E devo dire che questo Mangano è stato un eroe. E' morto per non parlare».
La versione di Emilio Fede è che il personal trainer sia un truffatore. E che il nastro, prima di finire nelle mani della magistratura, gli fosse stato proposto dallo stesso personal trainer, che minacciava di renderlo pubblico. Fede, interrogato nel maggio scorso dai pm di Palermo che seguono il processo sulla trattativa, avrebbe riferito di un incontro nella villa di Arcore tra Berlusconi e Dell'Utri. Fede avrebbe spiegato agli inquirenti che Berlusconi, prima che Dell'Utri andasse via, gli chiese: «Hai novità? Mi raccomando ricordiamoci della sua famiglia, ricordiamoci di sostenerla». Il riferimento è a Mangano, all'epoca boss della famiglia mafiosa di Portanova, assunto nel 1974 tramite Dell'Utri come stalliere a villa San Martino.
Ma perché sostenere la famiglia Mangano?, domandano i magistrati. «Chiedono riferimento su di te», avrebbe detto l'ex senatore al Caimano con Fede testimone. Ancora un riferimento allo stalliere, questa volta agli interrogatori cui è sottoposto e durante i quali gli stanno chiedendo dei suoi rapporti con Berlusconi e Marcello Dell'Utri. Gli inquirenti collocano quell'incontro tra il '95 e il '96, quando l'uomo d'onore siciliano si trovava già in carcere.
Il signor Gaetano Ferri, ex autista e guardia del corpo dice di aver registrato di nascosto in alcuni incontri nel 2012 con Emilio Fede, che gli avrebbe fatto confidenze molto pesanti su Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri. Ferri ha consegnato le sue registrazioni alla procura di Monza, che le ha trasmesse ai magistrati di Palermo che ora le hanno trascritte per depositarle nel processo Stato-Mafia, dove Dell'Utri è tra gli imputati.
Primo spezzone: la voce attribuita a Fede è disturbata, ma si sente parlare dei rapporti tra Berlusconi, Dell'Utri e Cosa Nostra, nonché del ruolo di Vittorio Mangano, il mafioso assunto nel 1974 nella villa di Arcore. L'audio originale è molto disturbato. Ecco il testo delle frasi più comprensibili:
«Dell'Utri... La mafia è la spada di Damocle... Vent'anni fa c'era un carabiniere mio amico che gli diceva tutte le intercettazioni di Berlusconi e Craxi… Berlusconi nasce con l'edilizia.... Berlusconi non c'aveva una lira per costruire... Un inizio straordinario, di sacrificio.... Poi Dell'Utri si avvicinò a lui: possiamo prendere dei soldi... Mangano arriva attraverso Marcello... Davigo ha chiesto la mia assoluzione... Si incontravano, Dell'Utri, Berlusconi e Mangano, al West Palace Hotel... Mafia, mafia, mafia.... Dell'Utri era quello che faceva l'investimento dei soldi mafiosi...».
«Io qualche cosa la so... Quando Dell'Utri tornava... Mi ricordo che Mangano era in carcere e Berlusconi gli diceva: hai fatto... E Dell'Utri diceva: sempre pronto a prendere un caffè, che era un messaggio in codice... Mangano è veramente stato un eroe, è morto per non parlare.... Dell'Utri andò in carcere a trovare Mangano, poi al ritorno tranquillizzò Berlusconi, tutto a posto, ha detto che il caffè era a posto... Era il messaggio in codice».
Secondo spezzone, è sempre Fede a parlare: «Questo mio amico Samory della banca... Mi diceva l'altra sera che ha dato soldi a Dell'Utri, magna magna, dieci milioni di euro per mettermi in lista, per entrare in politica...Dice che è proprio un grosso delinquente, ha un fratello, Alberto, che è un pregiudicato, non a livelli di Mangano, però... L'ho aiutato a diventare vicecoordinatore di Forza Italia in Emilia. E lui mi dice: è veramente un grosso mafioso. Dico: minchia...».
Terzo spezzone: «Dell'Utri lo ha fatto onorevole per evitare, per risparmiargli l'arresto, che finisca di nuovo dentro... Conosciamo segreti tutti e due... Però io non me ne approfitto...».
In questo spezzone la voce attribuita a Fede cita anche Ruby, ma l'audio è molto disturbato : «Lui (Berlusconi) lo sa che gli voglio bene, non può pensare che io lo tradisco... Io so tutto di lui, quando scopava, dove scopava, con il dito... Mi chiamava all'una e mezza di notte...».
A volte mi chiedo se ai nostri governanti importi davvero qualcosa di qualsivoglia argomento, a parte le questioni legate al potere e alla sua conservazione. Questo, in un’Italia nella quale il tarlo della corruzione, con i suoi 60 miliardi di euro sottratti ogni anno all’economia sana, pesa come un macigno: ad esempio solo con una tangente della vicenda che ha coinvolto la Fondazione Maugeri, si potrebbero pagare 2.000 assegni di ricerca. Se i politici perdessero il sonno per questo, allora di persone come Raffaele Cantone (presidente, dal marzo 2014, dell’Autorità Nazionale anticorruzione) ne verrebbero nominate cinquanta. Invece, chi potrebbe combattere efficacemente questa piaga raramente viene nominato nei posti chiave oppure, come nel caso di Cantone, lo si sceglie per avere un nome illustre con il quale calmare l’opinione pubblica, ma poi si esita a dargli poteri concreti. Purtroppo, oltre a non essere interessata, la politica non conosce a fondo la problematica: chi, per anni, ha negato che le mafie fossero presenti anche al Nord? Meglio far finta di nulla, per non allarmare la popolazione. Così, se il nemico non c’è, nessuno lo combatte e, se nessuno lo combatte, lui fa ciò che vuole. La forza delle mafie risiede nel patrimonio di relazioni sociali tessute: se non si capisce questo non si riuscirà mai a combatterle efficacemente.
Processo Ruby: oltre il cabaret mediatico
Dopo la sentenza di assoluzione in appello per Silvio Berlusconi è partito un coro meschino di accuse a Ilda Boccassini, il magistrato che ha condotto l'inchiesta che ha dato origine al processo.
Le sentenze vanno accettate ma allo stesso tempo non si può cedere alla logica poco democratica, secondo la quale non potrebbero essere commentate. Come ogni azione umana, come ogni azione pubblica che produce effetti sulla vita di ciascuno, anche le sentenze possono essere commentate.
La magistratura è un ambito ben più complesso di ciò che si vede, di ciò che si vorrebbe mostrare e il berlusconismo, nei suoi effetti più nefasti, ha reso poco credibile ogni critica al suo operato, poiché ne ha cristallizzato l'idea su un piano di opposizione politica oggi ancor più insostenibile.
Ilda Boccassini ha gestito con rigore il suo lavoro, mentre il modus operandi di molti era quello di condividere atti di indagine, con l'obiettivo di ottenere in questo modo protezione mediatica. Non è mai stato il suo caso. In una democrazia sempre più marcia, Ilda Boccassini non ha mai occhieggiato alle facili praterie infuocate dell'antipolitica, nelle quali tutte le istituzioni sono schifose e solo la magistratura è sana. Non è necessario ricordare semplicemente la sua presenza a Palermo, la sua vicinanza a Falcone e l'infuocato j'accuse formulato all'indirizzo di colleghi imbelli e poco degni del proprio ruolo, poiché è nella storia recentissima il segno del suo operato, con i fondamentali risultati giudiziari di quella inchiesta "Infinito", che ha mostrato quanto capillare sia il potere della 'ndrangheta in Lombardia.
È per questa ragione che oggi non mi interessa aggiungere la mia voce a quella di chi ha voluto commentare gli esiti del processo Ruby, tra primo e secondo grado. Mi interessa piuttosto difendere un metodo investigativo che non ha mai cercato le luci della ribalta e che ha portato a quella sentenza di primo grado emessa da un Tribunale, da un collegio di magistrati e non certo dalla Procura della Repubblica. In questi anni ho letto atti relativi a decine, forse centinaia di inchieste, talvolta mediocri, talvolta superficiali, talvolta costruite sin dal principio contando sull'appoggio della stampa. Ilda Boccassini non è questo, poiché non è mai stata questo la tradizione cui si rifà.
L'interpretazione del diritto non è univoca, altrimenti non sarebbe interpretazione, e dunque il dibattito sul sovvertimento della decisione in secondo grado è legittimo e visto il soggetto coinvolto anche necessario. Detto ciò, voler leggere e contestualizzare politicamente questa sentenza, o peggio, voler giocare, come è sempre accaduto in questi anni, alla sfida tra giustizialisti e garantisti - laddove in Italia questi ultimi, quasi sempre, non sono altro che soggetti diversamente giustizialisti - oltre che inutile è dannoso. Poiché questa incultura allontana ancora di più una seria riforma della giustizia che tenga conto delle difficoltà del sistema, ma che non umili il patrimonio di conoscenza e metodo della magistratura.
E da questo punto di vista il metodo di lavoro di Ilda Boccassini, la sua capacità di stare alla larga da un rapporto anomalo con i media, tratto distintivo vero della incultura di questo Paese, è un punto di partenza. Un punto di partenza e si spera, nella sua sistematizzazione, un punto d'arrivo. Perché bisogna sempre partire dalle persone serie. Lasciando alla dimensione cabarettistica quei pagliacci, solerti servitori di un padrone ormai alla deriva, che a volte sembrano avere la testa solo per poter indossare parrucche dal colore sgargiante in quel momento di moda.
Il nuovo Senato: come funziona e cosa cambia con la riforma del governo Renzi
La riforma del Senato del governo Renzi continua la sua marcia non priva di intoppi, marcia che dovrebbe portare il testo all'esame dell'aula a partire da lunedì prossimo. Ecco cosa cambia e come funziona il nuovo Senato, dal numero di senatori che siederanno a Palazzo Madama, fino alle regole per la loro elezioni e i poteri dei senatori.
Quanti saranno i senatori? A Palazzo Madama siederanno in 100 in luogo dei 315 di oggi, così ripartiti: 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 personalità illustri nominate dal presidente della Repubblica. La durata del mandato di questi ultimi sarà di sette anni e non sarà ripetibile. Andranno quindi a sostituire i senatori a vita e saranno scelti con gli stessi criteri: "cittadini che hanno illustrato la patria per i loro altissimi meriti".
I senatori saranno eletti? Non saranno più eletti direttamente dai cittadini; si tratterà invece di una elezione di secondo grado che vedrà approdare in Senato sindaci e consiglieri regionali. Il sistema sarà proporzionale per evitare che chi ha la maggioranza nella regione si accaparri tutti i seggi a disposizione. Quale sarà lo stipendio dei senatori? I consiglieri regionali e i sindaci che verranno eletti al Senato non riceveranno nessuna indennità, il che dovrebbe portare allo Stato un risparmio di oltre mezzo miliardo di euro ogni anno.
Quali sono i poteri del nuovo Senato? Palazzo Madama avrà molti meno poteri e verrà superato il bicameralismo: innanzitutto non potrà più votare la fiducia ai governi in carica, mentre la sua funzione principale sarà quella di "funzione di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica", che poi sarebbero regioni e comuni. Potere di voto vero e proprio invece il Senato lo conserverà solo riforme costituzionali, leggi costituzionali, leggi elettorali degli enti locali e ratifiche dei trattati internazionali.
Il ruolo consultivo del Senato. Il Senato avrà però la possibilità di esprimere proposte di modifica anche sulle leggi che esulano dalle sue competenze. Potrà esprimere, non dovrà, e sarà costretto a farlo in tempi strettissimi: gli emendamenti vanno consegnati entro 30 giorni, la legge tornerà alla Camera che avrà 20 giorni di tempo per decidere se accogliere o meno i suggerimenti. Più complessa la situazione per quanto riguarda le leggi che riguardano i poteri delle regioni e degli enti locali, sui quali il Senato conserva maggiori poteri. In questo caso, per respingere le modifiche la Camera dovrà esprimersi con la maggioranza assoluta dei suoi componenti. Il Senato potrà votare anche la legge di bilancio, le proposte di modifica vanno consegnate entro 15 giorni e comunque l'ultima parola spetta alla Camera.
Se Milanese inizia a sputare....i nomi....!!!!!
L’ex consigliere politico del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, Marco Milanese, è finito in carcere per l’accusa di aver ricevuto una tangente da 500 mila euro da parte di uno degli imprenditori che partecipavano ai lavori di costruzione del Mose. Per difendersi dalle accuse dei magistrati Milanese ha spiegato come il finanziamento di questa infrastruttura fu un sostanziale favore del ministro dell’Economia di allora, Giulio Tremonti, alla Lega Nord e al governatore del Veneto del Carroccio, Luca Zaia. Siccome non era possibile recuperare 400 milioni di euro da parte del ministero delle Infrastrutture per realizzare l’opera che serve a proteggere Venezia dalle acque alte, servì un intervento di Tremonti che trovò questi fondi all’interno del bilancio dello Stato. Il finanziamento da 400 milioni di euro fu però erogato solo dopo che si trovò un accordo per la candidatura di Luca Zaia alla presidenza del Veneto. Tremonti, come ha raccontato Milanese ai magistrati, decise di stanziare i fondi del Mose per ricompensare l’appoggio della Lega Nord nei suoi confronti. Prima delle regionali 2010 la Lega Nord, all’epoca in pieno boom demoscopico e trionfatrice alle elezioni europee, chiese al Pdl la guida di due delle tre regioni settentrionali controllate dal centrodestra, Piemonte e Veneto. La battaglia per la “conquista” del Veneto fu particolarmente aspra, visto che il presidente di allora, Giancarlo Galan deputato ora indagato nell’ambito del Mose, era assolutamente indisponibile a lasciare la guida della Regione. Dopo che Galan cedette e la candidatura per la presidenza del Veneto fu assicurata a Luca Zaia, Tremonti acconsentì al finanziamento del Mose secondo la ricostruzione di Milanese. L’ex consigliere politico del ministro dell’Economia, ora in carcere, rimarca come Tremonti gli affidò l’incarico di gestire la partita del Mose a causa dell’eccessiva interferenza di Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova.
Scrutando nel torbido pantano della politica italiana, malsana e corrotta, ogni giorno spuntano nomi, sempre più eccellenti....Italiani, ma avete capito chi ci ha portati in questa crisi peggiore di un marasma pantanoso di cui non si vede fondo nè uscita? Avete capito chi avete votato fino ad oggi?
Renzi, più flessibilità ... sogni o realtà?
Da quanto si apprende dalla cronache politice, l’accordo tra Renzi e Merkel a Bruxelles, parla di più flessibilità nel rigore. In realtà riguarda i soli cofinaziamenti nazionali ai fondi Ue esclusi dal conteggio del deficit e poco altro. Nulla del fiscal compact, né dell’austerità, sembra essere stato toccato. L'obiettivo di Renzi nell'incontro con la Merkerl sarebbe dovuto essere quello di riuscire a trasformare il bastone del rigore nella carota dell’austerità flessibile.
Ma, in realtà, Renzi sta solo cercando di rinviare le scadenze e non si azzarda a toccare le regole. Durante la campagna delle primarie aveva più volte evocato la possibilità di cambiare i trattati. Ora si limita a chiedere un’austerità un po’ più “flessibile”. In sostanza, la trattativa si concentra su un rinvio di un anno o due degli obiettivi di pareggio del bilancio. Che la richiesta venga accolta è da verificare, visto che Commissione Ue ed Ecofin risultano tuttora ostili. Ma anche ammesso che Renzi riesca a spuntarla, otterrebbe solo un margine in più per il deficit di 0,2 punti percentuali. Una conquista risibile rispetto alla gravità della situazione.
Da questo punto di visto il premier torna dal vertice con una illusione piuttosto che una speranza cosa comune negli ultimi anni della difficile situazione politica italiana.
Nel corso di questi anni abbiamo registrato una progressiva divaricazione tra le narrazioni politiche e la realtà dei fatti. Lo dimostrano gli errori sistematici commessi dalla stessa Commissione Ue sulle previsioni dell’andamento del Pil nell’Eurozona: nel caso dell’Italia sono stati anche superiori ai tre punti percentuali. La mia sensazione è che Renzi stia addirittura accentuando questo iato, anziché dare un contributo per rendere le parole della politica un po’ piu in linea con i processi reali.
Alla luce di quanto detto la crescita è una speranza davvero infondata per il 2014.
Per dare un’idea di quanto sia improbabile, basta notare che gli obiettivi di bilancio dell’esecutivo sono stati fissati sulla base di una già modesta crescita dello 0,8% nel 2014. Ebbene, questa previsione è già stata smentita dagli ultimi dati. Nel momento in cui ci renderemo conto che l’andamento effettivo del Pil è peggiore del previsto, anche quel po’ di margine sul deficit chiesto da Renzi verrà bruciato.
A Bruxelles sembra essere passata l’idea che l’ammorbidimento del rigore fiscale avverrà man mano che la Commissione Ue riscontrerà il grado di avanzamento delle «riforme».
Ma in realtà non è nemmeno detto che questa idea sia passata. Al momento c’è solo una generica dichiarazione di apertura da parte della Merkel. Ma nero su bianco abbiamo due documenti della Commissione Ue e dell’Ecofin che si muovono in direzione opposta rispetto a quanto auspicato da Renzi. Per quanto il premier chieda briciole, la trattativa per ottenerle si annuncia comunque difficile. In cambio, oltretutto, il governo farà riforme che rispondono a due tipologie. La prima è relativa all’assetto istituzionale: accrescimento ulteriore del potere dell’esecutivo in nome della decantata governabilità. È un processo che implica un’erosione ulteriore dei margini di esercizio della democrazia.
La seconda invece è una vecchia conoscenza: flessibilità del mercato del lavoro. Dopo il fallimento della dottrina della “austerità espansiva”, cioè della idea per cui l’austerità avrebbe garantito la ripresa economica, ora si punta su altre dosi di precarizzazione dei contratti di lavoro.
Nel “monito degli economisti” pubblicato sul Financial Times nel 2013, promosso con Riccardo Realfonzo e sottoscritto da Rodrik, Galbraith, Gallegati ed altri, i maggiori esponenti dell'economia mondiale annunciavano che l’Europa sarebbe passata dall’austerità espansiva alla precarietà espansiva.
Ed in eggetti la previsione è stata confermata. Ci dicono che la nuova onda di precarizzazione del lavoro porterà crescita dell’occupazione. Ma per capire davvero dove porterà la riforma Poletti basta guardare i dati dell’Ocse e dell’Fmi: non vi è nessuna conferma della tesi per cui più precarietà determina più occupazione. Se è vero che i contratti flessibili inducono le imprese ad assumere un po’ di più nelle fasi di espansione economica, è altrettanto vero che questi contratti permettono alle imprese di distruggere quegli stessi posti di lavoro nella recessione. L’effetto netto di queste politiche è zero. Eppure il ministro Padoan, che viene dall’Ocse e conosce questi risultati, insiste con la fantasia secondo cui la precarizzazione accresce l’occupazione. Siamo di nuovo in presenza di uno scarto tra narrazione e realtà.
Con la crescita a zero è facile prevedere che cosa accadrà nei prossimi mille giorni del governo. Ossia quello che si è già verificato negli ultimi anni. Ancora una volta, rileveremo una distanza tra obiettivi e risultati, sia dal punto di vista del deficit pubblico che da quello della crescita economica e dell’occupazione. L’auspicio di Renzi, secondo il quale si può agire nell’attuale quadro istituzionale europeo per uscire dalla crisi, andrà a sbattere contro il muro dei fatti.
Sembra ormai escluso un processo di riscrittura dei trattati europei, come anche una revisione del ruolo della Bce. E' facile prevedere anche quale sarà il futuro economico e sociale dell’Europa meridionale nei prossimi cinque anni.
Infatti dall’inizio della crisi i paesi del Sud Europa hanno perso oltre 6 milioni di posti di lavoro. In Germania c’è stato invece un aumento di 1,5 milioni di unità. Queste divaricazioni delineano un processo di «mezzogiornificazione» europea, che riproduce su scala continentale il tremendo dualismo economico che ha condizionato i rapporti tra Nord e Sud Italia.
In questo scenario prevedo nuovi successi per i movimenti reazionari e xenofobi. Temo che i risultati delle elezioni europee siano solo l’inizio di un lungo ciclo politico, in cui ci troveremo nella tenaglia di due tipologie di destre: una europeista e tecnocratica nella quale si inserisce anche l’attuale compagine che sostiene il governo italiano; l’altra ultranazionalista e potenzialmente neo-fascista, come il Fronte nazionale in Francia. Mentre il lavoro e le sue residue rappresentanze sembrano paralizzate e silenti, in modo analogo a quanto già accaduto nei momenti più cupi della storia europea.
Eppure ci sono ancora movimenti, associazioni e soggetti politici che cercano di modificare radicalmente la struttura regolamentare della UE ed il suo negativo impatto sociale, politico ed economico registrato da molti anni a questa parte.
Così Il 3 luglio è partita la raccolta firme sul referendum contro il Fiscal Compact che sembra essere il primo tassello da scradinare per creare una europa unita che abbia uguali prospettive di crescita per tutti gli stati membri.
Ma c'è da dire subito che sul piano tecnico-giuridico l’iniziativa si muove lungo un sentiero impervio. Sul piano politico, se passa, potrebbe aiutare ad accelerare le contraddizioni di un quadro europeo che in prospettiva resta insostenibile. Le contraddizioni, tuttavia, potranno risultare feconde solo se le singole iniziative di mobilitazione saranno inserite in progetti politici più generali. Personalmente credo che i tempi siano maturi per avviare una critica di quello che talvolta ho definito “liberoscambismo di sinistra” e per promuovere un rilancio, in chiave moderna, del tema del piano.
Il Governo delle Immunità... ripristinate...
In mattinata c'era stata l'approvazione della norma che introduce in Costituzione il cosiddetto "statuto delle minoranze", garantendo "i diritti delle minoranze parlamentari". Per quanto riguarda il nuovo Senato delle autonomie è stata approvata una norma che stabilisce l'incompatibilità tra i membri delle Giunte regionali e alcune cariche in Senato. Nella seduta di questa mattina sono stati approvati gli emendamenti che modificano gli articoli dal 60 al 67 della Costituzione, bocciati tutti i subemendamenti, tranne quello dell'ex pentastellato Francesco Campanella (Misto) che impone ai senatori la presenza durante i lavori delle commissioni.
Molto soddisfatta il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi, che ipotizza si possa arrivare in Aula la prossima settimana "se i lavori proseguono con questo ritmo". Ma dal blog di Beppe Grillo si continua a tuonare contro il patto del Nazareno: un post firmato dal professore Paolo Becchi contesta la legittimità di un Parlamento "eletto con una legge incostituzionale" che vuole modificare "addirittura la struttura bicamerale del Parlamento e, con essa, inevitabilmente, la forma di governo" e boccia la riforma Renzi che "elimina ogni meccanismo di legittimazione diretta e democratica dei senatori" ed "elimina il bicameralismo perfetto costruendo una Camera elitaria, composta da sindaci e governatori delle Regioni". Secondo Becchi bisogna invece concentrarsi sulla nuova legge elettorale, proprio come aveva suggerito ieri il vicepresidente della Camera pentastellato Luigi Di Maio, che aveva chiesto a Renzi un nuovo incontro sul tema in settimana. "Soltanto un altro Parlamento, se non un'Assemblea costituente, potrebbe avere l'autorevolezza e la legittimazione politica per decidere sul superamento del bicameralismo perfetto e sulla rideterminazione dei rapporti Parlamento-Governo e Stato-Regioni" spiega Becchi.
L'iter delle riforme per ora sembra procedere senza intoppi anche perchè per il momento non sono stati affrontati quegli articoli su cui ancora c'è dissenso all'interno delle forze politiche, in particolare il nodo del Senato elettivo. Intanto è salito a 20 il numero dei senatori che voteranno in Aula a favore di un Senato elettivo. Oggi si è aggiunto al gruppo Antonio Azzollini, di Ncd, presidente della Commissione Bilancio di Palazzo Madama.
Solo dopo questa giornata, con un probabile faccia a faccia Renzi-Berlusconi in serata se necessario, la Commissione potrà procedere con l'esame e il voto degli emendamenti che modificano gli articoli 56, 57, 58 della Costituzione, che affrontano infatti la composizione di Camera e Senato e in particolare le modalità di elezione dei componenti del Senato. Ma la giornata cruciale sarà giovedì, quando si deciderà seriamente la sorte del ddl. Silvio Berlusconi infatti riunirà nel primo pomeriggio deputati e senatori di Forza Italia per riportare la fronda interna al partito, guidata da Augusto Minzolini, sulla strada dettata dal patto del Nazareno. Nella stessa giornata il premier Matteo Renzi incontrerà il Movimento 5Stelle per discutere di legge elettorale. C'è attesa per la lettera pubblica al Movimento 5 stelle sul tema legge elettorale annunciata ieri del premier al termine del Consiglio dei Ministri. La lettera dovrebbe essere divulgata in giornata
La decisione di lasciare così com'è l'articolo 68 della Costituzione che riguarda l'immunità di parlamentari ha avuto «una maggioranza molto larga. Anche Forza Italia e Lega hanno votato a favore». Lo sottolinea il ministro Maria Elena Boschi interpellata dai giornalisti. E il governo? «Ha dato parere favorevole» alla luce del dibattito che si è svolto in commissione.
Il commento del sanatore 5 Stelle Vito Crimi:
Approvato l'emendamento che ripristina l'immunità per i senatori, a firma Calderoli-Finocchiaro. Avevamo chiesto che l'abrogazione di ogni tipo di immunità venisse estesa anche ai deputati... ma sul tema il governo ha detto che ha accolto le sollecitazioni pervenute dalla commissione (dal partito unico PD-FI). L'unica cosa accolta... su tutto il resto sono andati dritti come un treno calpestando ogni idea diversa.