I 4 EUROfalsi
Un nuovo protezionismo la risposta alla crisi capitalistica?
Tra il 2008 e il 2012 la Commissione europea ha registrato 534 nuove misure protezionistiche. Non solo l’Argentina, ma anche colossi come Cina, India, Brasile e Stati Uniti hanno introdotto restrizioni. La stessa Russia ha posto in essere 80 nuove misure protezionistiche, il che la dice lunga sul modo in cui intenderà gestire la recente adesione al WTO, l’organizzazione mondiale del commercio. L’unica potenza che ancora resiste alla tentazione di introdurre controlli sui movimenti di capitali e di merci è proprio l’Unione europea. Dietro ci sono gli interessi del paese più forte, la Germania, che dal libero scambio trae grandi vantaggi. Tuttavia, man mano che la crisi avanza, anche in Europa e in Italia aumentano i consensi verso misure di controllo dei commerci, di limitazione delle acquisizioni estere e di ripristino della sovranità nazionale sulla moneta. E’ un’illusione pensare di contrastare quest’onda con la solita vuota retorica europeista.
In effetti i segnali di protezionismo non mancano. Lo stesso Marchionne, in qualità di presidente dell’associazione europea dei costruttori automobilistici, ha criticato l’apertura indiscriminata alle importazioni di autoveicoli prodotti in Asia.
Non solo: Marchionne ha pure chiesto alla Commissione europea di governare i tagli di capacità produttiva delle case automobilistiche europee, in modo da lasciare invariate le quote di mercato: una vera e propria pianificazione pubblica europea dei volumi di produzione. E’ una posizione sensata che tuttavia apre una contraddizione, visto che al tempo stesso Marchionne rivendica piena libertà di trasferimento del capitale di Fiat all’estero ed esige dai lavoratori una totale sottomissione alle leggi del mercato. E’ l’ennesimo sintomo di crisi del liberismo e dei suoi ideologi, che da un lato si arrampicano sugli specchi per giustificare i massicci aiuti pubblici ai capitali privati, e dall’altro continuano a pretendere di avere mani libere nello scontro con i lavoratori.
Per troppi anni abbiamo subito il condizionamento ideologico del liberismo, dell’idea che la globalizzazione capitalistica fosse un dato ineluttabile e in fin dei conti benefico. Quando Fiat, o i vertici di Alcoa o la famiglia Riva – che hanno ricevuto varie forme di sostegno statale – hanno minacciato di abbandonare l’Italia e investire all’estero, Berlusconi e Monti hanno dato loro man forte sostenendo che un’impresa privata deve esser lasciata libera di trasferirsi dove meglio crede. E non mi risulta che da sinistra si siano levate molte critiche verso questa indiscriminata libertà di spostamento dei capitali. Oppure, quando scopriamo che gli impianti che producono carbone e alluminio in Sardegna sono scarsamente efficienti anche perché risultano in larga misura sottoutilizzati, non mi pare che da sinistra siano giunte proposte per tentare di ridurre un po’ le enormi quantità di questi prodotti che importiamo dalla Cina e dalla Germania. Se si lasciano queste tematiche ai soli movimenti nazionalpopulisti si commette un grave errore di prospettiva.
Quello che molti affermano è che il protezionismo provoca danni economici, pericolosi nazionalismi e persino guerre, ma è’ un convincimento tanto diffuso quanto privo di evidenze. Il premio Nobel per l’Economia Paul Samuelson, che non era un protezionista, ci ha spiegato che in presenza di disoccupazione il libero scambio crea problemi, non vantaggi. E l’economista di Harvard Dani Rodrik ci ricorda che negli anni Cinquanta e Sessanta sussistevano numerosi controlli sui movimenti di capitali e di merci, eppure lo sviluppo, l’occupazione e la distribuzione del reddito erano molto migliori di oggi, anche perché quei controlli permettevano ai singoli stati di perseguire obiettivi interni, occupazionali e distributivi. Si potrebbe anche ricordare che la massima liberalizzazione dei movimenti internazionali dei capitali fu raggiunta esattamente alla vigilia della prima guerra mondiale. E’ dunque proprio un incondizionato liberoscambismo, soprattutto in tempi di gravissima crisi economica, che rischia di alimentare le peggiori pulsioni nazionaliste.
Perchè l’Europa possa ritrovare coesione interna c'è bisogno di mettere un freno alla competizione salariale al ribasso e attivare un “motore interno” dello sviluppo economico e sociale. Per adesso, tuttavia, ci stiamo muovendo in direzione contraria. La Germania ha imposto ai paesi periferici della zona euro una ricetta a base di depressione, disoccupazione e fallimenti aziendali. La stessa Banca centrale europea segue questa linea: è disposta a difendere i paesi periferici dalla speculazione solo a condizione che questi comprimano ulteriormente la spesa pubblica e il costo del lavoro e si dispongano a vendere i capitali nazionali, incluse le banche. Questa violenta ristrutturazione a guida tedesca trasformerà vaste aree del Sud Europa in deserti produttivi, destinati solo a fornire manodopera a buon mercato alle aree più forti. I gruppi d’interesse prevalenti in Germania sanno che questi processi potrebbero scatenare tensioni tali da indurre i paesi del Sud ad abbandonare l’euro, ma questa eventualità non li spaventa. L’unica vera paura dei tedeschi è che con la moneta unica salti anche il mercato unico europeo, sul quale si fonda la loro egemonia: cioè temono che i paesi del Sud introducano limiti alla libera circolazione dei capitali e delle merci in Europa. In Francia si discute da tempo di opzioni simili, ma il governo socialista non sembra disposto a esplicitare una minaccia protezionista. In Italia, per evitare tentazioni, abbiamo addirittura messo un irriducibile liberoscambista ai vertici del governo. La crisi però avanza, i nodi verranno al pettine. Se la sinistra insiste con il suo liberoscambismo acritico, a scioglierli verranno chiamate forze completamente estranee alla tradizione del movimento dei lavoratori.
Le bugie sulla crisi...
Se Junker si scopre marxista
“La situazione della disoccupazione e’ drammatica, avevamo detto che l’euro avrebbe riequilibrato la societa’ e invece la disoccupazione aumenta”. Parole e concetti del presidente dell’Eurogruppo Jean Claude Juncker al Parlamento Ue.amo il 2013 in una situazione nettamente migliore rispetto all’anno scorso – ha aggiunto – il 2012 é stato un anno di risultati positivi per la zona euro”.
Secondo Juncker, bisogna ritrovare la dimensione sociale dell’unione economica e monetaria, ”con misure come il salario minimo in tutti i Paesi della zona euro, altrimenti perderemmo credibilità e approvazione della classe operaia, per dirla con Marx. I tempi che viviamo sono difficili, non dobbiamo dare all’opinione pubblica l’impressione che il peggio sia alle nostre spalle perché ci sono ancora cose da fare molto difficili”.
Nella Ue “non c’é accordo sulla strada da imboccare nei prossimi anni, gli Usa e gli altri ci interpellano a proposito e noi abbiamo solo risposte di cortissimo respiro”, ha detto ancora il presidente dell’Eurogruppo Jean Claude Juncker al parlamento Ue, lamentando come nell’ultimo vertice Ue i leader hanno fatto osservazioni discordanti sulla road map descritta dai 4 presidenti Draghi, Juncker, Van Rompuy e Barroso sul rafforzamento della governance.
Sono parole chiare quelle del premier lussemburghese, secondo cui nell'area euro «stiamo sottovalutando l'enorme tragedia della disoccupazione, che ci sta schiacciando. La disoccupazione - rivela Juncker - supera l'11 per cento, e dobbiamo ricordarci che quando è stato fatto l'euro avevamo promesso agli europei che tra i vantaggi della moneta unica ci sarebbe stato un miglioramento degli squilibri sociali».
Inoltre, Junker invita i governi europei a non pensare che la crisi sia finita: «I tempi che viviamo sono difficili - sottolinea il presidente dell'Eurogruppo - non dobbiamo dare all'opinione pubblica l'impressione che il peggio sia alle nostre spalle perché ci sono ancora cose da fare molto difficili». Ma si comincia a intravedere un pò di luce: «Iniziamo il 2013 in una situazione nettamente migliore rispetto all'anno scorso, il 2012 è stato un anno di risultati positivi per la zona euro».
Il problema, però, è che «non c'è accordo sulla strada da imboccare nei prossimi anni, gli Usa e gli altri ci interpellano a proposito e noi abbiamo solo risposte di cortissimo respiro». Juncker, infatti, ricorda come nell'ultimo vertice europeo i leader abbiano fatto osservazioni discordanti rispetto alla riforma della governance.
In casa nostra, il leader di Sel Nichi Vendola commenta così su Twitter: «Non dire ai 'moderati nostranì che Juncker (Ppe) cita Marx, propone salario minimo in tutta Europa. Evidentemente - conclude sul filo dell'ironia - è un pericoloso estremista».
Naturalmente Juncker non è arrivato a mettere in discussione il rigore: anche per lui il pareggio di bilancio rimane la stella polare verso cui fare rotta. Tuttavia, per la prima volta è sembrato che anche nei cuori degli eurocrati possa germogliare un dubbio, se non sulla destinazione finale, quantomeno sulla via migliore per raggiungerla. Comincia a insinuarsi il sospetto che l’austerità di oggi possa rivelarsi ben più cara di quanto riescano a comprendere i maestri della finanza: i conti pubblici magari torneranno in ordine, ma prima di allora avremo ridotto in miseria milioni di persone.
Ci sono delle elementari ragioni economiche che sconsigliano di proseguire su questa strada (come torneremo a crescere quando nessuno sarà più in grado di consumare?), ma evidentemente chi ha responsabilità di governo non può semplicemente scrollare le spalle davanti alla questione sociale. Nemmeno il giorno prima del default.
Purtroppo fino a oggi questo scrupolo non è sembrato essere esattamente in cima alle priorità dell’Eurogruppo. Ecco perché ieri la vera sorpresa è arrivata quando Juncker ha evocato la necessità di “politiche attive”, come il salario minimo garantito per l’intera Eurozona. A noi italiani sembra un miraggio da vetero-comunisti, ma si tratta di una misura diffusa in molti Paesi d’Europa tutt’altro che sinistrorsi (in Francia, ad esempio, nel 2010 valeva circa 1.343 euro lordi al mese). In totale, è previsto dalla legislazione di 20 membri dell’Ue su 27. Fra gli esclusi, a parte Cipro e Italia, figurano stati ricchissimi e con un sistema di welfare già molto ampio (Austria, Germania, Danimarca, Svezia e Finlandia).
Quello di Juncker non è stato quindi un appello del tutto velleitario. E’ bene però ricordare che fra pochi giorni il lussemburghese lascerà la presidenza dell’Eurogruppo. La scadenza imminente del mandato, a cui non seguirà alcuna ricandidatura, può far pensare che il discorso di ieri a Strasburgo sia stato poco più di un exploit finale, la zampata conclusiva del vecchio politico che libera le scarpe dai sassolini prima di salutare tutti. Forse le cose stanno davvero così. Ma è comunque un piacere sapere che Marx e chi sostiene le sue teorie economiche da sempre avevano ragione contro i tecnocrati e le loro ricette liberiste, antidemocratiche ed inique.
Quindi sì, Marx aveva ragione sulla crisi capitalista. Ma non sarebbe stato soddisfatto di questo. Dopo tutto, Marx anche capito che la lotta tra le classi alla fine avrebbe portato alla trasformazione rivoluzionaria della società e la fine dello sfruttamento di classe una volta per tutte. Una volta che la maggioranza della classe operaia avrà conquistato il potere politico ed economico, una volta che la società sarà organizzata sulla base di bisogni collettivi e non dell’avidità privata, un intero nuovo mondo di possibilità si apre. Pertanto, per dimostrare veramente la correttezza delle idee di Marx, dobbiamo continuare a costruire le forze in grado di garantire questa trasformazione rivoluzionaria. Mentre il WIL (Workers International League, Movimento Internazionale dei Lavoratori) entra nel suo 10° anno di esistenza, vi invitiamo ad unirvi a noi nella lotta per un mondo migliore.
"Non c’è momento migliore di adesso per rendere le idee di Marx una realtà."
Servizio Pubblico: quante balle per il Cavaliere?
Si potrebbe iniziare, per esempio, dai dati sulla cassaintegrazione. “Noi abbiamo subito una politica di austerità – ha spiegato l’ex presidente del Consiglio – che se applicata ad un’economia in sviluppo produce risultati. Se fatta, come è successo, porta a quello a cui assistiamo oggi: un calo di consumi, aziende che hanno esuberi, la cassa integrazione che non ha mai toccato questi livelli”. Peccato che “questi livelli” siano le 1090,6 milioni di ore totalizzate nel 2012, quando, è vero, nel 2011 ci si è fermati (si fa per dire) alle 973,2. Ma nel 2010 (quando il governo Berlusconi era insediato ormai da due anni) si arrivò a 1197,8 milioni di ore di cassaintegrazione, cioè oltre 100 milioni di ore in più rispetto all’anno dell’esecutivo tecnico. La fonte è quella dell’Inps.
Gioco quasi facile anche sull’Imu. Un argomento su cui si è molto innervosito il Cavaliere durante l’intervento nello studio di Santoro. Berlusconi alza la voce e accusa il governo di aver operato uno “spostamento a sinistra del governo”, che “ha provocato un allontanamento dalle direttive che noi cercavamo di dare”. Insomma: “L’Imu non potevamo non votarla perché avremmo fatto cadere il governo. Dovemmo approvarla e decidemmo di presentare una variazione dando indicazioni per trovare i 4 miliardi necessari ma il governo ci disse che non era possibile e allora siamo arrivati al disaccordo totale che ha portato a farci togliere la fiducia”. In realtà, come ormai è arcinoto, la reintroduzione dell’imposta sulla casa era stata decisa già dal governo Berlusconi nella primavera 2011. Certo, sarebbe dovuta partire dal 2014 ed escludeva la prima casa (e sulla rimodulazione dell’imposta è d’altronde d’accordo lo stesso Bersani).
Poi la mai dimenticata teoria dei ristoranti pieni. A Servizio Pubblico mandano il suo discorso durante il G20 di Cannes (2011) e lui parla del 2009. “Io non annetto a quanto fatto come governo alcuna responsabilità” nello scoppio della crisi economica, dice Berlusconi che poi vuole “confermare le parole del 2009” quando c’era “una situazione diversa e non si era scatenata la crisi che ci avrebbe colpito successivamente”. L’ex presidente del Consiglio ha citato i dati delle agenzie di viaggio, i ristoranti che “lavoravano a pieno ritmo” e le “difficoltà nel prenotare aerei nei week end e nei ponti festivi”. Non c’era insomma ancora “nessun accenno ad una forte crisi: tutti pensavano che si stesse riprendendo un cammino di crescita” tanto che “la disoccupazione era inferiore all’8%, fisiologica per il nostro paese”.
“Il Governo italiano non può usare il decreto legge“ ha detto Berlusconi. Bene: il quarto governo Berlusconi ne ha approvati 80 in 42 mesi. Nelle esperienze precedenti, invece, il secondo e terzo governo Berlusconi (quattordicesima legislatura) avevano registrato una media superiore a quella del governo dei tecnici: 217 decreti, ossia 3,6 al mese, ma in un arco temporale di 60 mesi. Per la cronaca il secondo governo Prodi (2006-2008) ha emanato 47 decreti legge.
34 decreti legge [di cui 31 approvati definitivamente e 1 approvato da una Camera]
29 disegni di legge [di cui 6 approvati definitivamente e 11 approvati da una Camera]
34 ratifiche di trattati internazionali [di cui 19 approvati definitivamente e 4 approvati da una Camera. (fonte: www.popolodellalibertà.it!!!!)
Difficile da dimostrare anche l’affermazione (ripetuta come una nenia) della cattura dei 32 su 34 pericolosi latitanti, considerati pedine fondamentali per la criminalità organizzata. Difficile non solo perché dal 2009 il ministero dell’Interno ha eliminato la lista dei 30 ricercati più pericolosi (per esempio oggi ce ne sono solo 7), ma anche perché le operazioni per catturare i latitanti le portano avanti magistrati e forze dell’ordine, non il governo.