Brusco calo per Pdl e Lega, sostanziale tenuta del Pd – che nelle grandi città al voto stenta però ad affermarsi, retrocedendo nel voto di lista - e avanzata prepotente dei grillini. È il panorama che esce dalle urne della prima tornata di amministrative dove, come evidenziano i quotidiani nei loro commenti, è prevalso un voto di protesta in tutto il Paese. “Il Pdl implode, il Pd tiene ma inciampa in Sicilia, la Lega che corre da sola perde molti sindaci in Lombardia, l'Udc e il Terzo polo deludono le aspettative, il Movimento 5 stelle ottiene uno strepitoso successo e in alcune città (a Parma il candidato grillino passa il turno) supera abbondantemente il 10 per cento”, sintetizza il “Corriere della Sera”, sottolineando che a Verona stravince al primo turno il leghista Flavio Tosi, sospinto dalle liste civiche che Bossi voleva bloccare, mentre a Palermo l'ex sindaco Leoluca Orlando (Idv e Rifondazione) umilia il candidato del Pd Fabrizio Ferrandelli. Marco Doria, il candidato del centrosinistra a Genova, ottiene un buon risultato personale (47%) ma dovrà attendere il secondo turno. Comunque, osserva Pier Luigi Bersani, “su 26 comuni capoluogo, la destra guidava 18 municipi e il centrosinistra 8: con questi risultati il quadro è capovolto, loro vincono in 8 capoluoghi, il centrosinistra in 18”. In tutta Italia, intanto, è netta la flessione dell'affluenza che cala del 6,4%: dal 73,74% di 5 anni fa al 66,88%. Le comunali del 2012 verranno ricordate come un terremoto che ha già ha messo a soqquadro il sistema dei partiti. Il successo rilevante dei candidati del Movimento 5 stelle, molti illustri sconosciuti pescati da Beppe Grillo fuori dai circuiti della politica tradizionale, sembra aver penalizzato soprattutto il Pdl. I grillini vanno molto bene là dove il Pdl crolla: 5 stelle da record a Genova (14,2%), a Parma (19,14%), a Monza (11%), ad Alessandria (11,7%), a La Spezia (9,5%), a Verona (9,15%), a Belluno (9,5%). Il movimento di Grillo, invece, fallisce all'Aquila dove raccoglie lo 1,17% dei consensi. In ogni caso, ora il Movimento 5 stelle, con questi numeri, può essere determinante in molte realtà locali, e non solo. Specularmente, c'è il crollo del Pdl in tutte le regioni.
Da Nord a Sud, con le rare eccezioni di Lecce, Piacenza e Catanzaro, il partito di Berlusconi e di Alfano è addirittura finito sotto la soglia di guardia del 10 per cento. Anche molto sotto il 10 per cento. A Belluno il Popolo delle libertà è ridotto al 9,5%, a La Spezia all'11,99 %, a Lucca al 9,07%, a Verona (complice lo strepitoso successo della lista Tosi) nientemeno che al 5,4%. All'Aquila — città della ricostruzione sulla quale Berlusconi ha investito molte attenzioni — il partito di Alfano ha ottenuto un umiliante 8,4% e a Parma, dove il centrodestra ha amministrato negli ultimi 14 anni, il Pdl scende al 4,7%. Insomma è stato un tracollo per gli ex di Forza Italia ed ex An che, al di là dei candidati sbagliati di cui parla La Russa, mette in discussione la solidità del partito. Che comunque ha retto a Catanzaro, anche grazie alla candidatura vincente di Sergio Abramo, e a Lecce dove dovrebbe essere riconfermato Paolo Perrone. La Lega trionfa a Verona, trascinata dal sindaco Tosi che passa al primo turno col 57,4%. Ma in Lombardia, senza il Pdl, il Carroccio se la passa male aggiudicandosi forse 14 poltrone da sindaco (erano 23 quando Bossi e Berlusconi erano alleati). La Lega che corre da sola è fuori dai ballottaggi a Monza (oltre l'11%) e a Como (circa il 7%). Risultati poco lusinghieri, poi, a Belluno (4,9%), a La Spezia (3,4%), a Lucca (1,1%) e a Genova (3,7%). “Ieri sera – racconta ancora il Corsera - davanti a questi dati si è innescato uno scambio polemico di dichiarazioni tra Angelino Alfano e Pierluigi Bersani. ‘Nessuno può festeggiare’, avvertiva il segretario del Pdl mentre quello del Pd, forte dei risultati ottenuti dal suo partito, ha dato l'altolà al disfattismo: ‘Non si può dire che hanno perso tutti, se ci danno questi risultati tutte le settimane noi facciamo festa...’. E dunque, Bersani ha rivendicato un successo pieno, ‘un netto rafforzamento’ del Pd che tiene le posizione confermandosi primo partito in molti capoluoghi: a Belluno (19,4%), a Brindisi (17,1%), a La Spezia (27,9%), a Lucca (22,05%), a Piacenza (26,52%), a Genova (24,36%), a Parma (25,22%), all'Aquila (18,06%), a Monza (24,66%), ad Alessandria (17,95%). Eppure i problemi per il Pd non mancano: a Genova, il Pd arretra rispetto alle regionali e soprattutto alle politiche; a Palermo c'è l'ex sindaco Orlando che sta facendo di tutto per mettere nell'angolo il partito di Bersani ma anche all'Aquila il candidato del Pd Massimo Cialente rischia al secondo turno se si sommano aritmeticamente i voti dell'Udc e del Pdl. A Rieti, Frosinone, Agrigento e Trapani il candidato del centrosinistra va al ballottaggio. E il centrosinistra ora ha buone possibilità di successo anche a Monza dove, chiusa l'era della Lega, Roberto Scanagatti è abbondantemente avanti al candidato del Pdl, Andrea Mandelli. Buon risultato anche a Pistoia mentre a Isernia e a Cuneo, tra quattordici giorni, si sfideranno due candidati del centrosinistra. Il Pd, infine, sfiora il colpaccio al primo turno anche a Sesto San Giovanni (la cittadina dove Filippo Penati è finito sotto inchiesta): qui Monica Luigia Chittò sfiora il 47%. Un discorso a parte riguarda il Terzo Polo di Casini, Rutelli e Fini, che sostanzialmente fallisce l'obiettivo minimo: quello della visibilità. A parte il risultato di Genova, dove il candidato Enrico Musso (senatore, ex Pdl) ha ottenuto il 12,27%, Udc, Fli e Api deludono le aspettative di chi, forse, aveva sopravvalutato i centristi. L'Udc va bene a Brindisi (8,56%) ma si ferma al 2,6% a Piacenza, al 3,1% a Verona, al 3,7% a Belluno, al 2,1% a La Spezia. L'Idv di Di Pietro, oltre che a Palermo, va bene a La Spezia e a Genova eguagliando in queste città il risultato di Sel”.
Elezioni, PDL crollo, saltano i Grillini!
Se la Francia e l'Europa virano a sinistra
Con qualche ora di anticipo le strade francesi si sono riempite di supporters del nuovo presidente, poi è arrivata la notizia ufficiale. François Hollande è il nuovo presidente della Repubblica francese. Eletto con il 51,9% dei voti, Hollande porta un grande cambiamento negli equilibri politici europei. Il presidente uscente, Nicolas Sarkozy, ha dovuto incassare una sonora sconfitta.
Il primo segnale che per Sarkò le cose si stavano mettendo male, è stato il colpo di spugna sulla manifestazione prevista alla Concorde da parte dell’Ump, il partito del presidente uscente. Grande festa, invece, alla Bastiglia, dove si è concentrato il popolo di sinistra. Sarkozy ha parlato ai militanti e simpatizzanti: “Ho augurato a Hollande buona fortuna. La Francia è più importante del destino dei singoli”. Sarkò ha anche comunicato che non guiderà l’attuale maggioranza nella prossima battaglia delle legislative di metà giugno.
Hollande ha parlato molto più tardi, da Tulle, cittadina di cui è stato a lungo sindaco. Capoluogo del dipartimento di cui è tutt’ora presidente, la Corrèze. ”Non ci sono due France che si affrontano ma una sola” ha detto il neo-presidente: Aggiungendo che dirà ai partner euroepi, e soprattutto alla Germania, che “l’austerità non può più essere una fatalità”. Proprio a Berlino sarà il primo viaggio ufficiale.
"L'austerity non puo' piu' essere la sola opzione" per l'Europa. Lo ha detto il nuovo presidente francese, Francois Hollande, che si e' impegnato per "il riorientamento dell'Europa per l'occupazione e per la crescita". Il neo-eletto inquilino dell'Eliseo ha assicurato ai suoi sostenitori che si impegnera' per "la dimensione di crescita, di occupazione, di prosperita', di fatto il nuovo futuro. Ed e' quello che faro' con i nostro partner europei", a cominciare dalla "Germania, per l'amicizia che ci lega e la responsabilita' comune". "Chiedo di essere giudicato su due impegni principali: la giustizia e i giovani. Ogni mia scelta, ogni mia decisione sara' presa sulla base di questi due criteri: e' gusto, e' per i giovani?".
Un discorso, il suo, che non resterà impresso nella memoria. Hollande ha rilanciato lo slogan sull'unione per sottolineare che «non ci sono due France che si affrontano ma una sola» e che «il tempo delle fratture, delle divisioni, delle contrapposizioni è finito». E ha parlato dell'Europa, «che ci guarda perché noi abbiamo detto che l'austerità non può più essere una fatalità, come ribadirò ai partner europei e in primis alla Germania, in nome dell'amicizia che ci lega».
D'altronde il primo colloquio telefonico con un leader europeo è proprio con la cancelliera tedesca Angela Merkel. Come aveva preannunciato uno dei suoi consiglieri più stretti, quel Jean-Marc Ayrault che dovrebbe passare dalla presidenza dei deputati socialisti alla guida del futuro Governo. Il fatto di essere stato professore di tedesco non dovrebbe guastare.
E a Berlino sarà il primo viaggio ufficiale. Dove Hollande sarà accolto da una classe dirigente che tifava Sarkozy ma che si è già pragmaticamente adeguata alla nuova situazione. Il ministro degli Esteri Guido Westerwelle ha parlato ieri di «evento storico», assicurando che i due Paesi «lavoreranno insieme a un patto di crescita per l'Europa». L'asse franco-tedesco continuerà a essere forte, anche se da una parte e dall'altra del Reno la parola «crescita» non ha lo stesso significato.
Quanto all'agenda dei prossimi giorni, è molto probabile che Sarkozy, il cui mandato scade il 16, decida di accelerare il passaggio di consegne. Che dovrebbe avvenire l'11, subito dopo la conferma ufficiale dei risultati da parte della Corte costituzionale. Il 14 o il 15 dovrebbe esserci la nomina del nuovo Governo, probabilmente con Quanto all'agenda dei prossimi giorni, è molto probabile che Sarkozy, il cui mandato scade il 16, decida di accelerare il passaggio di consegne. Che dovrebbe avvenire l'11, subito dopo la conferma ufficiale dei risultati da parte della Corte costituzionale. Il 14 o il 15 dovrebbe esserci la nomina del nuovo Governo, probabilmente con Michel Sapin all'Economia e Laurent Fabius agli Esteri.
Argentina, Cristina Kirchner nazionalizza Ypf - Repsol. E minaccia altri gruppi stranieri
Monti attacca i promotori dello sciopero fiscale...ma i tagli alla casta?
Pazzesco Monti attacca chi non paga le tasse! E FIN QUI HA RAGIONE!!! ma da tecnico, con probabilmente la mente ristretta ai soli conti, e non da imprenditore non fa i conti sui trattamenti imposti agli italiani che hanno ben chiaro, a differenza sua, cosa vuol dire sacrificarsi e tirare la cinghia.
La cosa che ci amareggia è la velocità con cui ci aumentano le tasse e la lentezza con cui rimandano i tagli che riguardano i poteri forti e i nostri politicanti… La cosa che ci da più fastidio sono gli sdegni dei partiti che hanno votato questa manovra disequilibrata… è si! prima viene votata poi tutti in televisione a fare propaganda elettorale facendo credere d’essere dalla nostra parte!!
è da mesi che annunciano tagli, poi tutto rimane come prima, ecco la cosa che ci da più fastidio!!. Ora riparliamo degli stipendi e dei vitalizi, dai portaborse ai voli gratis.
Qui sotto troverete, voce per voce, i privilegi a cui la politica non riesce a rinunciare, mentre il sistema sta crollando mentre i cittadini tirano la cinghia mentre la gente si suicida perchè non riesce a mantenere i propri cari e la ditta costruita con sacrifici e lavoro FALLISCE!!
L’equità, manca totalmente i notri cari politicanti sono come i vecchi marinai tante promesse e nessun fatto!!, Se poi parliamo di soldi bhè e sprechi della politica abbiamo sentito di annunci su tagli ma in realtà, fatti concreti ne sono arrivati davvero pochi.
Bella proposta da parte di Mario Monti qualche giorno fa ha confermato lo stop ai voli di Stato e alle consulenze (per dare un esempio ai ministeri), creando una task force per sforbiciare i conti del governo, finora la sbandierata decurtazione degli stipendi è stata millesimale, e la riduzione dei privilegi sembra rimandata, sempre e comunque, “alla prossima legislatura”. Un flop anche l’eliminazione delle Province e delle comunità montane, mentre altri risparmi milionari sono finiti in leggi “da ratificare più avanti”. Chissà quando, si chiedono gli italiani tartassati dalla crisi e dalle tasse anti-crisi.
Per i sacrifici dei politici è invece tutto un rinvio, un eterno posticipo. I rimborsi elettorali? E’ forte rammarico per gli ITALIANI che nonostante gli scandali della Lega Nord e della Margherita, nessuno vuol farne a meno. per non parlare del dimezzamento del numero dei parlamentari, chiesto a gran voce anche da Pier Luigi Bersani? Già bocciato. Per ora sulla carta c’è solo un accordo tra i partiti della maggioranza per tagliare – al massimo – il 20 per cento dei seggi. Le auto blu? Sfrecciano con i lampeggianti accesi.
Per non parlare di ieri
i nostri governanti sono sordi e solidali solo in televisione, si scandalizzano
su aumenti e tasse che non trovano giuste… SI OPPONGONO( solo in televisione poi le votano)… ma ieri tutti d’accordo in Parlamento i nostri LADRI parlamentari ( TUTTI ) hanno approvato un emendamento, (TENUTO BEN NASCOSTO TRA ALTRE LEGGI IN APPROVAZIONE) sulla cosiddetta “Legge mancia”, portando da € 50 milioni a €150 milioni il benefit relativo alla parte dell’indennità spettante ad ogni singolo parlamentare eletto nel proprio territorio di competenza.
Insomma i politici ci credono scemi! e hanno imparato la lezione, e per ribattere agli attacchi dei giornali e dell’opinione pubblica, si sono specializzati in una tecnica.
Quella della dilazione, che si basa sulla strategia dell’annuncio solenne seguito da una ritirata alla chetichella.
Ma ci credono scemi? bhè in parte hanno ragione visto che a votarli siamo stati noi!!
credono che questo modo per placare l’indignazione del popolo e mantenere, contemporaneamente, lo status quo. e’ si cari lettori nonostante facciano gli indignati numeri uno gli sprechi e gli stipendi continuano ad aumentare, i costi della Casta sono rimasti praticamente invariati.
Ora vi inserisco l’indagine fatta dal giornale l’Espresso dove mette in chiaro i giochini che ci fanno sotto il naso!
Stipendi: Tagli fantasma alla busta paga
La promessa di tagliare le indennità dei parlamentari è arrivata lo scorso 13 dicembre. A formalizzarla il presidente della Camera Gianfranco Fini e quello del Senato Renato Schifani: entro fine gennaio verranno sensibilmente ridotte le buste paga del Parlamento, quei 14 mila euro netti che gli onorevoli percepivano fra indennità (11.283 euro lorde alla Camera, 11.555 al Senato) e benefit vari. Ed ecco che, il 31 gennaio 2012, il Parlamento vara puntale un pacchetto di norme per introdurre l’austerity a Palazzo. All’italiana, però.
L’ufficio di presidenza della Camera decide, infatti, una riduzione di 1.300 euro lordi, pari a poco più di 700 euro netti. Pochi davvero, potrebbe pensare qualcuno. E invece è ancora peggio. Perché, nonostante il taglio, il netto della busta paga di deputati e senatori è rimasto praticamente identico. Come mai? Nello stesso giorno della riforma è stata varata anche una novità in materia di vitalizio: “Come tutti i cittadini”, spiegò Fini, “anche i parlamentari passano dal sistema retributivo a quello contributivo”. Un passaggio che permette agli onorevoli di risparmiare un bel gruzzolo di contributi, cessando di versare obbligatoriamente una quota di stipendio all’ente di previdenza.
Quanto risparmiano? Guarda caso proprio 700 euro. Alla fine della fiera, il saldo è zero, la stessa cifra del taglio. E così lo stipendio è salvo. Persino la Commissione Giovannini, che da mesi lavorava per confrontare gli stipendi italiani con i colleghi europei s’è dovuta arrendere: “I vincoli posti dalla legge, l’eterogeneità delle situazioni riscontrate negli altri Paesi e le difficoltà incontrate nella raccolta dei dati non hanno consentito alla Commissione di produrre i risultati attesi”.
Portaborse: Più controlli, niente riduzioni
Tanto fumo e poco arrosto anche per i benefit. A partire dal taglio delle spese per i portaborse degli onorevoli. Rispetto agli annunci di metà dicembre, che parlavano di cancellazione, s’è arrivati a un compromesso: il contributo fisso resta invariato (3.690 euro al mese), ma solo la metà verrà erogata a scatola chiusa. Per ottenere l’intera cifra il deputato dovrà portare i giustificativi delle spese per i collaboratori: secondo gli ultimi dati ufficiali solo un onorevole su tre si avvale di un aiutante, ma molte inchieste hanno dimostrato che i parlamentari spesso pagano il portaborse al nero.
Per quanto riguarda la diaria di 3.503 euro mensili, invece, le nuove norme prevedono una penalizzazione per i fannulloni. Per incassare l’intera cifra la grande novità è che i parlamentari dovranno presentarsi al lavoro, visto che finora non serviva nemmeno andarci a Montecitorio e Palazzo Madama. Significa che il provvedimento, almeno sulla carta, non taglia un euro dalle buste paga dei politici. Ma almeno ha fatto scattare in Parlamento una mezza rivoluzione.
Da febbraio, infatti, guarda caso le presenze medie in commissione sono schizzate al 70-71 per cento a fronte di una percentuale ufficiosa (Camera e Senato non la rilevavano prima della riforma) che si attestava, stando ai resoconti delle segreterie di commissione, fra il 30 e il 40 per cento. I più virtuosi sono i parlamentari della Lega (80 per cento), del Pd (79) e dell’Italia dei Valori (78), con una media che vede tutti sopra il 60 per cento, secondo il conteggio della segreteria della Camera a un mese dal taglio degli stipendi.
Privilegi: Treni e voli gratis, benefit e pasti da vip
Gli infiniti benefit dei parlamentari sono ancora in piedi. Non solo le agende in pelle – il nuovo bando della Camera prevede spese per 900 mila euro – ma anche i trasporti gratis restano un must. La proposta di cancellare i viaggi a sbafo per deputati e senatori s’è, infatti, persa per strada. Così come l’ipotesi di dotare i gruppi di un pacchetto di biglietti a esaurimento. Alla faccia delle promesse di rigore, insomma, i parlamentari hanno mantenuto la tessera per non pagare autostrada, treni (prima classe) e aerei, dove pochi volano low cost e quasi tutti preferiscono Alitalia. Anche perché così aumentano i punti “Freccia Alata” che regalano altri viaggi a costo zero utilizzabili anche da amici e parenti. Ma non basta ancora.
C’è pure il rimborso mensile per taxi e spese varie che va dai 1.107 ai 1.331 euro, a seconda della distanza tra l’abitazione e il più vicino aeroporto. Se a Fiumicino un mese di parcheggio al silos ai comuni mortali costa 293 euro, ai parlamentari costa 50 euro. E ancora: la tessera del Coni, che permette di entrare gratis a molte manifestazioni sportive, gli sconti sulle auto (anche del 15-20 per cento), in alcuni musei, al Teatro dell’Opera di Roma.
Mutui agevolati e prestiti di favore: al Senato Francesco Barbato è riuscito ad ottenere dalla Bnl un tasso dell’1,57 per cento. Gli italiani, in media, pagano tre volte tanto. Nessuna riduzione infine per occhiali, massaggi, psicoterapia e prestazioni sanitarie rimborsate. Alla fine, dopo l’inchiesta de “l’Espresso” che scovò gli spaghettini alle alici a 1,60 euro, a rimetterci sono stati solo i camerieri del ristorante del Senato: i prezzi sono saliti, i senatori hanno tagliato la corda, il personale è stato messo in cassa integrazione.
Ex presidenti: Uffici e segretari, per altri 10 anni
Gli ex presidenti della Camera e del Senato, fino a pochi giorni fa, godevano di privilegi a vita: segreteria personale, auto blu sempre a disposizione, un ufficio riservato. L’ondata anti-casta ha costretto al taglio dei benefit. Che non sono stati cancellati del tutto, come in molti chiedevano, ma sono stati ridotti a “soli” dieci anni, che si conteggiano dalla fine del mandato. Con una eccezione, però: per gli ex presidenti eletti deputati nella scorsa o nell’attuale legislatura i dieci anni decorreranno a partire dalla fine di questa legislatura. Così Luciano Violante, Pier Ferdinando Casini e Fausto Bertinotti potranno continuare a godere di auto e benefit fino al 2023, mentre Pietro Ingrao e Irene Pivetti li perderanno alla fine di questa legislatura.
La norma ad personam non è piaciuta alla Pivetti, che sembra intenzionata a far ricorso. “Tagliare i benefit significa solo tagliare posti di lavoro. La lotta alla Casta è una moda dove chi sta a casa seduto si fa bello facendo finta di fare il giustiziere”. In effetti, l’ex leghista e l’anziano leader del Pci sono gli unici, tra gli ex presidenti ancora in vita, a non avere più un ruolo politico attivo. Casini, viste le polemiche, ha deciso di rinunciare da subito ad auto e segretarie. Più riflessivi, invece, Violante e Bertinotti: “Non intendo compiere esibizionismi”, ha detto il primo. “Mi atterrò alle regole”, ha aggiunto il secondo. Per ora i benefit se li tengono, insomma, in futuro si vedrà. Nessun problema per Gianfranco Fini e Renato Schifani. Anche loro, conclusa l’esperienza di presidenti dei due rami del Parlamento, potranno avere macchina blu e ufficio per altri dieci anni.
Auto blu: Solo un lifting da 270mila euro
Il motto è sempre lo stesso: “Tagliare le auto blu”. Prima ci ha provato il ministro Renato Brunetta, che ha avviato un censimento delle vetture di Stato e varato un primo taglio datato 3 agosto 2011. Poi è arrivata un’ordinanza del Tar, che il 10 settembre ha messo nero su bianco il fallimento dell’austerity sulle auto di Stato e spiegato che quella riduzione non bastava. E infine è arrivato il governo Monti che, appena insediato, ha varato un altro giro di vite. Con un risultato piuttosto magro.
L’Italia scende ufficialmente da 72 mila auto blu a quota 64.524, con un taglio del 13 per cento. Ma, per fare dei raffronti, resta prima in classifica, sempre davanti a Francia (63 mila) e Inghilterra (56 mila). In più, la doppia sforbiciata non ha scalfito le cosiddette auto “blu-blu”, quelle cioè in uso a politici e governanti vari. La scure è caduta soprattutto sui vertici della pubblica amministrazione e su quel parco macchine chiamato in gergo “auto grigie”, adibite a dirigenti e servizi operativi. I tagli ai politici sono stati ridottissimi, nonostante il ministro Filippo Patroni Griffi avesse annunciato la grande rivoluzione, culturale prima che economica: “Devono diventare auto di servizio e non più status symbol”.
Peccato che, secondo uno studio della Uil, i costi di gestione del parco auto della Pubblica amministrazione sfori i 4,4 miliardi, mentre secondo le cifre del ministero della Funzione pubblica ci si fermerebbe a 2,1 miliardi di euro l’anno. E Monti? Durante i primi cento giorni il governo ha risparmiato qualcosina: 270 mila euro, su base annua. Per la cronaca, l’ultimo bando è di gennaio, quando è stato pubblicato un bando per comprare altre 400 auto.
Vitalizi: La pensione resta e bastano 60 anni
ll privilegio acquisito non si tocca. Neanche se riguarda uno dei benefici più odiati della casta, quello dei vitalizi. Con più di una legislatura, fino a qualche mese fa, si poteva riscuotere la pensione ad appena 60 anni, mentre gli eletti prima del 2001 potevano arrivare a incassare l’assegno anche a 50. Con soli cinque anni di mandato in molti riscuotevano più di 3 mila euro al mese. Senza dimenticare l’assegno di fine mandato, una specie di trattamento di fine rapporto che arriva – per cinque anni di mandato – a 47 mila euro, addirittura oltre 140 mila euro con 15 anni di Parlamento.
Privilegi inaccettabili, di cui in tanti hanno chiesto l’abolizione. Che cosa ha fatto l’ufficio di presidenza della Camera (e quello del Senato) lo scorso gennaio? Ha partorito una “riformetta” che, attraverso l’adozione del regime contributivo, introduce qualche modesto ritocco al sistema. Ma – a sorpresa – le pensioni dei parlamentari attualmente seduti sullo scranno sono salve: il calcolo contributivo integrale (tanto versi tanto ricevi) si applicherà solo a coloro che saranno eletti dalla prossima legislatura in poi. Ma non è finita qui: dietro la “rivoluzione” annunciata si nascondono altre furbate.
I comuni mortali, a causa alla riforma voluta dal ministro Elsa Fornero, matureranno il diritto alla pensione solo a 66 anni. Lorsignori invece si sono riservati un trattamento di favore, grazie al quale potranno riscuotere l’assegno a 65 anni, anche solo con 5 anni di mandato. Per ogni anno di mandato ulteriore, poi, l’età richiesta per il conseguimento del diritto scende ulteriormente, fino a toccare il limite dei 60 anni.
Camera e Senato: un miliardo per i Palazzi
Sappiamo che per mantenere le due Camere gli italiani spendono il doppio dei francesi e due volte e mezzo gli inglesi. Come mai? Basta scorrere gli ultimi bilanci di Montecitorio per capire che gli sprechi non sono l’eccezione, ma la regola. Da poco si è saputo che ogni parlamentare ha diritto a un chilo e mezzo di colla l’anno e mille fogli al mese di carta.
Ma pochi sanno che esiste un fondo da 400 mila euro l’anno per i corsi di lingue straniere degli onorevoli, e che nel 2011 il costo del personale ha sfiorato i 235 milioni. Nello stesso anno sono stati spesi 930 mila euro circa di manutenzione dei palazzi, 7,7 milioni per la pulizia, 490 mila euro per le divise di commessi e autisti (a cui aggiungere 100 mila destinati ai guardarobieri e i 70 mila per la lavanderia). Per i cellulari l’anno passato si sono spesi 2,3 milioni, mentre carta, penne e matite costano in media un milione l’anno, mentre stampare gli atti parlamentari costa 7,1 milioni. Qualche mese fa i partiti e il presidente Fini hanno giurato di effettuare tagli draconiani. Risultato? Lo scorso 29 marzo hanno approvato il bilancio di previsione per il triennio 2012-2014, e l’unico taglio effettuato è stato l’aumento già previsto.
Nei prossimi anni la spesa non verrà diminuita, ma rimarrà identica a quella del 2011, arrivata all’iperbolica cifra di 1 miliardo e 87 milioni di euro. Settanta milioni in più di quanto speso nel 2007. E’ vero, c’è stata la riduzione della spesa per i deputati cessati dal mandato: una voce che costerà quest’anno l’1,67 per cento in meno rispetto al 2011. I gruppi parlamentari, invece, prenderanno ancora più soldi: 650 mila euro in più entro il 2012, altri 500 mila nel 2013.
Legge mancia: Oltre 300 milioni per le regalie
Si veste di denominazioni ponpose come “Fondo per la tutela dell’ambiente e la promozione dello sviluppo del territorio”. Ma dietro parole evocative e titolini ad effetto si nasconde la famosa (e per molti famigerata) “legge mancia”, attraverso la quale deputati e senatori elargiscono ogni anno ricche regalìe ai loro collegi elettorali e alle loro clientele.
I leghisti l’hanno per esempio utilizzata per pompare denaro verso la scuola “Bosina”, l’istituto “padano” in cui insegna Manuela Marrone, moglie di Umberto Bossi, a cui sono stati girati decine di migliaia di euro. Non è che gli altri partiti ci siano andati con rnano leggera. Era il 2004, regnava il secondo governo Berlusconi, quando la “legge mancia” venne partorita per la prima volta: con finanziamenti a pioggia per piccole opere pubbliche, sagre paesani, eventi storici e ricorrenze, si rivelò subito uno scandaloso bancomat per soddisfare le clientele.
Provò a cancellarla Romano Prodi nel 2007, ma con il ritorno al governo del centrodestra venne ripristinata dal ministro Giulio Tremonti: «E’ un elemento di democrazia», spiegò l’allora titolare dell’Economia. Così sono stati sperperati 312 milioni nell’arco di un triennio. Adesso i politici ci stanno riprovando. Tra Camera e Senato sono stati stanziati infatti circa 200 milioni che dovrebbero andare a soddisfare la solita, lunga lista di regali: un elenco è già stato recapitato sui tavoli dei presidenti delle commissioni Bilancio di Montecitorio e Palazzo Madama. Chissà se Monti riuscirà a stoppare l’assalto alla diligenza.
Testate di partito: Onorevoli giornali
Sono anni che si dibatte dei soldi pubblici che tengono in vita giornali di partito che costano decine di milioni di euro l’anno e che vendono un numero di copie (qualche centinaia al giorno) inversamente proporzionale al loro costo di gestione. In passato Fini e Di Pietro hanno chiesto nuove regole affinché il denaro pubblico non vada, almeno, a testate “collegate a qualche parlamentare”, ma una legge per evitare che i soldi pubblici finiscano a quotidiano come “Avanti” di Valter Lavitola (2,5 milioni l’anno usati, secondo la procura di Napoli, per altri scopi) non è mai stata fatta.
Il governo Monti qualche settimana fa ha innalzato il fondo per l’editoria dai 47 milioni stanziati da Berlusconi a 120 milioni, in modo da scongiurare la chiusura indiscriminata di decine di testate storiche. Però le nuove regole per legare l’entità dei contributi alle copie effettivamente vendute o lette sono state posticipate al 2014. Così come quelle per maggiori controlli sui bilanci. Anche nel 2012, dunque, prenderanno vagonate di soldi fogli minori come “Liberal” diretto dall’Udc Ferdinando Adornato (2,7 milioni nel 2010), “Il Secolo d’Italia” diretto dal Pdl Marcello De Angelis (2,3 milioni) e “La Discussione” del deputato Giampiero Catone (2,5 milioni, sempre nel 2010). Non è tutto.
Se le “radio politiche” percepiscono tra i 4 e i 5 milioni di euro, va ricordato che i partiti versano ai loro giornali anche parte dei rimborsi elettorali: se la Lega ha finanziato per milioni “La Padania”, la Margherita, un partito che non esiste più dal 2007, ha girato negli ultimi anni 8 milioni a un quotidiano, “Europa”, che vende circa 1.500 copie al giorno.
Province: Tanti annunci, pochi risparmi
E’ la promessa delle promesse. Non c’è stata tornata elettorale nell’ultimo decennio in cui centrodestra e centrosinistra non abbiano preso l’impegno solenne di sopprimere le Province, istituto tanto inutile quanto caro: tutte le stime indicano un costo, sugli italiani, tra gli 11 e i 13 miliardi all’anno. Cifre da manovra finanziaria. Alle elezioni politiche del 2008 promisero di cancellarle praticamente tutti i leader in campo, da Silvio Berlusconi (“Le Province dobbiamo abolirle”) all’allora segretario del Pd Walter Veltroni (“Serve l’abolizione delle Province”), passando per Pier Ferdinando Casini dell’Udc (“L’abolizione delle Province è fondamentale”).
Peccato che quando l’Idv di Antonio Di Pietro passò dalle parole ai fatti e presentò, la scorsa estate, un disegno di legge alla Camera per sopprimerle davvero, Pdl, Pd e Udc cambiarono atteggiamento rimandando, d’accordo con la Lega, la soluzione del problema ad un futuro prossimo venturo. Anche Mario Monti, appena nominato presidente del Consiglio, ne promise l’abolizione. Eppure poche settimane sono bastate a far cambiare idea al premier tecnico: i partiti che lo sostengono sono stati infatti irremovibili: nulla da fare.
E così, alla fine, Monti ha dovuto accontentarsi di un maquillage e ha modificato solo le modalità di elezione. A votare presidente e giunta non saranno più i cittadini, ma sindaci e consiglieri comunali. Con quale gran risparmio per le casse pubbliche? Poco davvero: il disegno di legge approvato il 6 aprile, secondo lo stesso governo Monti, consentirà risparmi per 319 milioni di euro, pari al 2,4 per cento.
Rimborsi elettorali: Lotteria dei soldi ai partiti
Quella di tagliare la montagna di soldi che finiscono nelle tasche dei partiti non era solo una promessa. Era una precisa indicazione degli italiani al Palazzo: nel ’93 un referendum cancellò il finanziamento pubblico. Peccato che la politica disobbedì. Aggirò l’ostacolo prima con un contributo per le spese elettorali (Amato nel ’93), poi con il 4 per mille (Prodi nel ’97) e, infine, varando la legge ancora in vigore: un contributo di 4 mila lire per ogni iscritto alla Camera ripartito secondo le percentuali di voto. Contributo salito a 3,24 euro.
E’ così che i partiti hanno accumulato patrimoni milionari, resi ancora più ingenti da una norma del governo Berlusconi che manteneva in vita i finanziamenti anche per le sigle ormai sciolte. La cifra finale è da capogiro: secondo la Corte dei conti, fra il 1994 e il 2008, sono finiti in tasca ai partiti 2 miliardi 254 milioni di euro, mentre per le campagne elettorali sono stati spesi solo 579 milioni. Vuol dire che ben 1,67 miliardi è rimasto in cassa, a disposizione dei politici.
A luglio è prevista l’ultima rata, pari a circa 180 milioni di euro, che i partiti intascheranno per le ultime politiche, regionali ed europee. E così, dopo le indagini sul tesoriere della Margherita, Luigi Lusi, e gli scandali per il tesoretto della Lega Nord, si riparla di abolizione del finanziamento pubblico. Fra Fini che chiede rigore, Bersani che propone di dimezzare i fondi, da 180 a 90 milioni, un Parlamento ingessato. Fra proposte e ipotesi s’è creato un ingorgo che rischia di far slittare ancora la discussione: in commissione Affari costituzionali sono 17 le proposte depositate. Tanto che non c’è ancora un “testo base”.
Primi segni di ripresa
Gli Stati Uniti piu’ veloci di Eurolandia. L’economia americana crescera’ quest’anno del 2,1% per poi accelerare nel 2013 al +2,4%. Lo prevede il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), stimando per Eurolandia una contrazione del pil dello 0,3% quest’anno. Il pil dell’area euro crescere’ dello 0,9% nel 2013.
Le prospettive per l’economia mondiale si stanno gradualmente rafforzando, ma i recenti miglioramenti sono fragili e i rischi al ribasso elevati. Lo afferma il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), sottolineando che i rischi maggiori che pesano sull’economia sono l’Europa e il petrolio, con le tensioni geopolitiche che hanno effetto sul mercato e potrebbero causare, in caso di distruzioni alla produzione in Iran, un balzo dei prezzi.
“La ripresa resta ancora molto fragile, dice, il sistema finanziario europeo va verso una stabilizzazione, anche se il debito é molto, troppo alto, sia quello pubblico che quello privato, ma l’economia va un po’ meglio rispetto a qualche mese fa, ma non possiamo compiacersi visto che il prezzo del petrolio é sempre alto
Secondo il numero uno del Fmi infine ci sono in Europa incoragginati segnali di stabilizzazione finanziaria, anche se il sistema resta sotto pressione.
Mario Draghi, governatore della BCE: “Tutti i nostri provvedimenti sono di natura temporanea. I finanziamenti, inoltre, non possono sostituire i capitali, le sane riforme fiscali e strutturali. Esse determinano una crescita sostenibile e la stabilità nell’economia europea”.
La liquidità concessa dalla Bce alle banche europee, secondo Draghi, nel tempo arriverà all’economia reale, ma perché sia produttiva è utile mantenere una politica monetaria espansiva. Quanto alle previsioni i recenti dati macroeconomici sono ambigui e sottolineano incertezza. Il consolidamento dei conti, tuttavia, è stato avviato, ora si attendono i risultati.