Identificate le tre giovani vittime dell’attentato alla maratona di Boston. L’ultima ad essere riconosciuta è una ragazza di origini cinesi che si stava specializzando alla Boston University, il cui nome non è stato ancora diffuso in attesa dell’autorizzazione della famiglia. La giovane si trovava insieme ad alcuni colleghi lungo le transenne del traguardo della gara, quando lunedì scorso sono esplosi gli ordigni. Giovanissime anche le altre due vittime: un bambino di otto anni, Martin Richard, e una ragazza di 29, Krystle Campbell. “Non posso credere che stia accadendo questo, non ha alcun senso”, ha dichiarato la mamma di Krystle, profondamente scossa, parlando con i media davanti alla sua abitazione.
Intanto proseguono le indagini delle autorità per trovare i colpevoli dell’attentato. Janet Napolitano, segretario alla Sicurezza interna, ha spiegato alla Cnn che al momento non c’è alcun indizio di “un collegamento straniero o di una reazione di al Qaeda“. L’ipotesi più probabile è per ora un attentato a sfondo politico, anche se non si escludono altre piste. Sembrerebbe infatti, secondo il Boston Globe, che una bomba sia stata posta proprio dove era seduto il governatore del Massachusetts poco prima dello scoppio. Il governatore, Deval Laurdine Patrick, classe 1956, è un democratico progressista, attivista dei diritti civili ed è afroamericano. Per accelerare le indagini i sindacati delle forze di sicurezza cittadine hanno annunciato una ricompensa di 50mila dollari a chi offrirà informazioni utili all’arresto dei colpevoli. Richard Paris, presidente del “Local 718″, ha perfino annunciato una raccolta fondi da parte dei soccorritori, il cui ricavato sarà destinato interamente alle famiglie delle vittime.
E, mentre prosegue la caccia agli autori della strage, vengono svelati nuovi dettagli sugli ordigni. Le bombe erano costituite da pentole a pressione piene di schegge metalliche, chiodi e cuscinetti a sfera, collegate a detonatori. Le pentole erano in buste di nylon nera o zaini e sono state trovate anche tracce di circuiti elettronici che farebbero pensare all’uso di timer. Gli ingredienti del ‘cocktail’ esplosivo erano così comuni che per l’inchiesta il compito di ricostruirne la matrice e risalire al colpevole è tutta in salita, scrive il Washington Post.
L’allarme resta quindi alto negli Stati Uniti, dove sono state innalzate le misure di sicurezza nelle principali città. E i timori sono sicuramente aumentati dopo che è stata intercettata una lettera contenente ricina, una sostanza naturale altamente tossica e letale per l’uomo, indirizzata al senatore repubblicano Roger Wicker, 61 anni. Torna quindi a Washington l’incubo delle lettere contenenti sostanze velenose, come dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, quando missive all’antrace furono recapitate a parlamentari, giornalisti e altre persone, provocando 5 morti e 17 feriti. La missiva è stata fermata grazie ai controlli della Us Postal Service sulla corrispondenza di senatori e deputati, controlli rafforzati proprio dopo l’emergenza post 11 settembre e che costano circa 100 milioni di dollari l’anno.
La notizia della lettera è arrivata a Capitol Hill proprio mentre era in corso un briefing sui fatti di Boston del segretario alla Sicurezza interna, Janet Napolitano, e del numero uno dell’Fbi, Robert Mueller, con un gruppo di senatori. Per il momento si tende a escludere ogni collegamento con le esplosioni nella città del Massachusetts. Anche se i precedenti del 2001 e 2002 – quando l’ondata di lettere all’antrace seguì gli attentati dell’11 settembre – è nella mente di tutti.
Attentato Boston, identificate le tre giovani vittime. Si indaga sulla pista interna
Boston, una corsa tra bombe e follia
Due esplosioni, alle 14,50 locali (le 20,50 in Italia) e a distanza di venti secondi l'una dall'altra, al traguardo della maratona di Boston. Almeno tre i morti accertati, tra i quali un bambino di otto anni. Oltre 130 i feriti, alcuni in modo grave. Molte persone sono state trasferite negli ospedali, fonti ospedaliere parlano di numerose amputazioni. Moltissimi dei feriti sono arrivati in ospedale con ancora la pettorina della gara indosso. Secondo fonti della polizia riportate dai media Usa si è trattatato di due bombe, e altri due ordigni sono stati trovati in città e disinnescati. Lo spazio aereo su Boston è stato chiuso dalle autorità. "Apparentemente c'è stato un attentato", ha detto il vicepresidente Usa Joe Biden.
Anche a New York e a Washington è scattata la massima allerta. Rafforzamento delle misure di sicurezza, col dispiegamento di pattuglia anti terrorismo nei luoghi simbolo di Manhattan e davanti ai principali alberghi. Cordonata l'area della Casa Bianca. Barack Obama ha parlato alla nazione quando ancora non si conoscono i dettagli: "Non sappiamo ancora molto ma sappiamo che chiunque sia stato pagherà".
Il presidente non ha parlato di "terrorismo" ma di individui o gruppi responsabili che saranno perseguiti. Non ha poi escluso la possibilità di "salvaguardare" l'intero territorio degli Stati Uniti se si rendesse necessario. Il presidente rimane in contatto con le autorità locali per seguire l'evolversi della situazione e fornire tutta l'assistenza di cui la città di Boston avrà bisogno, sia per le indagini che per gli aiuti.
A Boston, Liz Norden, una madre di cinque figli, ha visto due dei suoi ragazzi coinvolti nell'attentato alla maratona. I due fratelli erano andati a vedere la corsa di un amico: sono stati investiti dall'esplosione ed entrambi, portati in due diversi
ospedali della città, hanno subito l'amputazione di una gamba, dal ginocchio in giù.
Purtroppo ci sono molti bambini tra i feriti dell'attentato alla maratona di Boston, dove è morta una ragazzina di 8 anni: l'ospedale pediatrico della
città, il Children's Hospital, ha accolto un'ondata di piccoli pazienti.
Uno è un bambino di 2 anni con una ferita alla testa, ricoverato in terapia intensiva. Un'altra una ragazza di 9 anni che ha subito un trauma alla gamba cosi' pesante da
trascorrere ore in camera operatoria. In tutto 9 i bambini ricoverati: tra gli altri un adolescente di 14 anni; una ragazzina di 10, un'altra con un femore rotto, un bimbo di 7 anni con una ferita alla gamba. Tutti gli ospedali di Boston sono in allerta e hanno richiamato in servizio decine di medici di pronto soccorso.
Negli Stati Uniti è massima allerta dopo l'attentato alla maratona di Boston. "Americani siate vigili", è stato l'appello lanciato nella notte dal ministro della Sicurezza Interna, Janet Napolitano, mentre sono state rafforzate le misure di
sicurezza anche a New York, Washington, San Francisco, Los Angeles, Denver e Seattle. Pattuglie antiterrorismo sono state dispiegate nei luoghi simbolo di Manhattan e davanti ai principali alberghi della Grande Mela mentre è stata cordonata l'area intorno alla Casa Bianca. Boston oggi resterà presidiata dalla polizia, ha annunciato il governatore del Massachussetts, Deval Patrick, mentre proseguono indagini e i controlli a tappeto per trovare i responsabili.Nessun ferito tra i circa 60 maratoneti partiti dalla Toscana per la Maratona di Boston col gruppo organizzato dal fiorentino training Consultant Fulvio Massini. Ma alcuni di loro erano vicino al luogo dell’esplosione che ha provocato alcuni morti (il bilancio provvisorio era di 3, a tarda notte) e una ventina di feriti. Uno di loro, Paolo Rossi, di Pescia, ha visto e sentito l’esplosione, non l’ha fortunatamente colpito. «Ero sul traguardo, quando è scoppiato il primo ordigno — racconta — Era una festa bellissima, a cento metri dal traguardo. Mia figlia era in tribuna: ha saltato la transenna per fare gli ultimi 200 metri con me, eravamo abbracciati». Un momento bellissimo, poi la tragedia: «A cento metri, dal traguardo, questa esplosione. C’era gente per terra ferita, ci siamo voltati, è arrivata la seconda esplosione. C’è stato il panico, un macello».
Via, lontano dall’esplosione: «Avevo anche mia moglie in tribuna — continua a raccontare Rossi — quando l’abbiamo trovata, ci siamo allontanati per strade laterali, per uscire dalla zona della Final Line (il traguardo ndr). Siamo tornati verso l’albergo, ci hanno fermato due o tre volte, poi ci hanno deviato in strade secondarie. C’era gente ferita, tantissimi poliziotti, pompieri: un caos totale. Non avevo mai avuto tanta paura in vita mia. Sono passato dalla felicità totale al terrore in cinque secondi». «Tutti stanno bene» spiega Roberta, una dello organizzatrici. Perlomeno, quelli del gruppo toscano; da Firenze sono partiti anche alcuni della Canottieri di Ponte Vecchio. Sono le prime informazioni che arrivano dagli Usa: ma dopo alcune conversazioni telefoniche, diventa quasi impossibile parlare con loro, mentre arriva la notizia della terza esplosione, alla biblioteca Jfk, ad un’ora dalle precedenti. Roberta e Paolo Rossi sono in albergo. Massini ha invece passato tutto il tempo in strada.
«È successo un attentato. No, nessun corridore è morto. Sì, ci sono feriti, non italiani. Andate in albergo, con calma» è il refrain che si sente dall’altro capo del telefono. Perché lui aveva già finito la Maratona, quando ha scoperto dell’attentato dalla tv. «Ero già arrivato in albergo quando c’è stata l’esplosione» spiega. Ha capito subito che c’era bisogno di lui: ha rimesso le scarpette ed è ripiombato in strada. Per accertarsi che non ci fossero feriti, tra le persone che viaggiavano (e correvano) con il suo gruppo. Ma anche per «recuperare» i tanti che si sono trovati in una situazione di follia. «La gara è stata interrotta ad un miglio dall’arrivo, dopo le bombe, per cui tutti si sono sparpagliati lungo le strade limitrofe» spiega Massini mentre continua a interrompere la conversazione per dare spiegazioni, confortare. Si sentono le conversazioni con altri italiani, ma soprattutto si percepisce il tono della paura con cui le persone gli si rivolgono: «Fulvio, ma che è successo?» dice una donna con la voce tremante. «Vai in albergo, è stato un attentato. Non ci sono morti tra i corridori» li rassicura Fulvio. È una rassicurazione per non aumentare l’ansia, perché è una verità parziale: di morti ce ne sono stati, pare, almeno 3 (così battevano la agenzie da Boston ieri sera), ma tra la folla. Tra i corridori ci sono feriti: ieri sera non risultavano italiani.
C'erano anche un versiliese e due garfagnini fra gli atleti che hanno preso parte alla maratona di Boston. Il versiliese Paolo Moriconi, 47 anni, abitante a Camaiore, pettorina di gara numero 26398 e tesserato per la società degli Atleti Amatori Rione Marignana. Secondo le notizie trapelate, Moriconi sta comunque bene, anche se comprensibilmente sotto shock per quanto accaduto, e si è già messo in contatto con i propri familiari per rassicurarli sulle proprie condizioni fisiche. Oltre a lui, avevano preso parte alla gara anche una coppia, marito e moglie, del Gruppo sportivo Orecchiella: l'imprenditore garfagnino di Pieve Fosciana Guido Fornari e la consorte Gabriella Bechelli: anche loro, sia pure spaventati, stanno bene. I toscani iscritti alla maratona erano in tutto una ventina.
La paura, riflesso incondizionato dell’America dall’11 settembre 2001, scatta subito. Prende la forma delle squadre antiterrorismo mobilitate a New York per presidiare i potenziali obiettivi terroristici.
La Casa Bianca in stato di allerta, le forze di sicurezza schierate lungo Pennsylvania Avenue. La gente evita i trasporti pubblici, chiama gli amici, cerca di capire se l’incubo si sta ripetendo.
La risposta è abbastanza rapida. Il primo che parla di bomba è il vice presidente Biden: dice di non sapere chi sia responsabile, ma non lascia dubbi sul fatto che l’America è ancora sotto attacco. Al Qaeda, il terrorismo islamico, sono i primi pensieri che vengono in mente. Ma qualcuno ricorda anche l’esplosione alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996, e peggio ancora quella di Oklahoma City l’anno prima, quando la follia cresciuta in casa fece strage.
Nel momento in cui le tv annunciano la «breaking news», la speranza è che sia stato un incidente: un problema elettrico, un tubo del gas, una bombola. Ma il panico si diffonde in fretta a Boston, intorno alla scena delle esplosioni: i testimoni, le persone che hanno visto da vicino gli scoppi, non hanno dubbi. Due botti, a poca distanza uno dall’altro. Chi non è stato ferito scappa, temendo che stia arrivando altro. Su scala diversa, ma come l’11 settembre del 2001, quando l’America capì in fretta di essere sotto attacco e non sapeva dove potesse arrivare il prossimo colpo.
La prima a reagire è New York, che dall’epoca degli assalti suicidi di al Qaeda opera al livello di allarme «arancio»: alto rischio di attacchi terroristici. Il sindaco Bloomberg e il capo della polizia Kelly mobilitano subito mille poliziotti antiterrorismo: li schierano negli alberghi, davanti ai monumenti, negli snodi del traffico. Il governatore Andrew Cuomo mobilita la Guardia nazionale. New York è abituata a vivere così da oltre dieci anni. «If you see something, say something», dicono ancora i manifesti nella metropolitana: se vedi qualcosa, dì qualcosa, dai l’allarme. Anche Wall Street reagisce, amplificando le perdite della giornata.
Washington segue a ruota. La Casa Bianca torna ad essere un bunker, per fronteggiare l’emergenza. La polizia sgombera le strade davanti alla residenza del presidente Obama e ferma il traffico su Pennsylavania Avenue. La Federal Aviation Authority ordina il blocco dei voli verso Boston, la memoria torna in fretta alla paralisi degli aeroporti dopo l’11 settembre.
La paura rischia di trasformarsi in panico, quando la polizia di Boston parla ai giornalisti: «Oltre alle due bombe alla maratona, una terza è scoppiata alla Library del presidente Kennedy. State a casa, se siete in albergo non uscite. L’attacco è ancora in corso». Le bombe sono piccole: segno che non è al Qaeda? Fronte interno? Qualunque sia la matrice, l’incubo è tornato.
E se Renzi fosse come Berlusconi?
Aprendo la settimana dell'elezione del nuovo presidente della Repubblica, il sindaco di Firenze Matteo Renzi cerca di dare il suo passo al dibattito politico e boccia due candidati del Pd al Colle: Franco Marini e Anna Finocchiaro.
In una lettera a Repubblica, Renzi argomenta contro la scelta di Marini, ex presidente del Senato, proveniente dalla costola del Pd che ha radici nella Democrazia cristiana, dicendo che "è gravissimo e strumentale il desiderio di poggiare sulla fede religiosa le ragioni di una candidatura a custode della Costituzione".
Renzi ripropone uno degli argomenti che più gli hanno dato popolarità negli ultimi mesi, la "rottamazione" dei vecchi parlamentari del centrosinistra assimilati alla "casta", dopo avere polemizzato duramente nel fine settimana con il segretario del suo partito Pier Luigi Bersani per la sua stategia che non avrebbe consentito di dare all'Italia un governo ad oltre 50 giorni dalle elezioni politiche.
"Due mesi fa Marini si è candidato al Senato dopo avere chiesto (e ahime ottenuto) l'ennesima deroga allo statuto del Pd. Ma clamorosamente non è stato eletto. Difficile a mio avviso, giustificare un ripescaggio di lusso, chiamando a garante dell'unità nazionale un signore appena bocciato dai cittadini d'Abruzzo".
Non più tardi di ieri sera Renzi aveva attaccato anche Anna Finocchiaro, ricordando le foto della sua spesa all'Ikea con la scorta e per questo poco adatta a far passare un messaggio anti casta, dopo il successo dei grillini alle politiche.
I nomi finora più accreditati dagli analisti politici come successore di Giorgio Napolitano sono ora quelli di Giuliano Amato e Romano Prodi. L'elezione del primo, ritenuto accettabile dal centrodestra, sarebbe funzionale ad un'intesa tra Pd e Silvio Berlusconi su un futuro governo.
Ma l'accordo deve ancora essere siglato e la condizione posta da Berlusconi di riservare alcuni ministeri ad esponenti di spicco del suo partito in un governo di larghe intese non è stata finora accettata da Bersani.
L'elezione di Prodi - inviso al centrodestra - con i voti del centrosinistra e possibilmente di una parte del M5s, renderebbe, secondo questa analisi, più probabile il ritorno alle urne entro l'estate.
Ma l'elezione del presidente della Repubblica si svolge a scrutinio segreto e tradizionalmente in questo voto si scaricano le tensioni presenti non solo tra i diversi blocchi, ma anche quelle interne ai partiti, il che rende difficile qualsiasi previsione sul suo esito.
Se Matteo Renzi prova a proporre una soluzione per far uscire l'Italia dal pantano diventa come Silvio Berlusconi. Anzi, coincide con il Cavaliere. Sono la stessa cosa. Stessa faccia, stessa (brutta) razza. Questo, in sintesi, il pensiero di molte anime del Partito Democratico. Il sindaco di Firenze ha ripetuto il suo appello: "Basta perdere tempo. Basta con le manfrine. O si fa un accordo con Silvio Berlusconi o si torna al voto". Di fatto con questa frase Renzi ha ufficializzato la sua "opa" sul Partito Democratico. Il segretario Pier Luigi Bersani è all'angolo. I fedelissimi dell'uomo che viene da Bettola si ribellano, lo difendono. Emblematico il cinguettio su Twitter diChiara Geloni, direttore della web-tv Youdem. "Serenamente e pacatamente - scrive -: non si può negare che al momento la proposta politica di Renzi coincida perfettamente con quella di Berlusconi". Cambiano le parole, ma non la sostanza nell'intervento di Stefano Di Traglia, responsabile della comunicazione dei democrat: "Renzi semplicemente propone la stessa ricetta di Berlusconi: un governissimo o elezioni". Per chiudere la rapida rassegna degli integralismi, d'obbligo la citazione di Roberto Seghetti: "Si può fare governo che cambi davvero - verga su Twitter omettendo gli articoli-. Renzi pensa di perdere sua occasione e vuole matrimonio con Cav? Si accomodi".
Le "colpe" di Matteo - Chi cerca di trovare una soluzione per dare un governo a questo Paese, chi lo fa dialogando con il leader della seconda coalizione in Parlamento (dietro per un pugno di voti), per il Partito democratico è un irresponsabile. Anzi, dal loro punto di vista è pure peggio: è come Berlusconi. Il ritornello, chi il rottamatore non lo può soffrire, lo ripete da anni. Il "pedigree" di Renzi è indelebilmente macchiato da quell'incontro con l'ex premier ad Arcore. Troppo, per i duri e puri di via del Nazareno. Troppo per chi è pronto a far naufragare il Paese pur di non parlare con gli azzurri. Troppo per chi si prodiga nel folle inseguimento ai "vaffanculo" di Beppe Grillo. Ma tant'è. La rivolta contro Renzi - la cui "colpa" è quella di attrarre gli "impresentabili" elettori del centrodestra - è iniziata. Il partito si spacca. Tra i critici, ovvio, anche Stefano Fassina, il responsabile economico del Pd, che ritiene irrispettoso parlare di politica perditempo: "Napolitano - spiega - ha cercato soluzioni e ha trovato difficoltà vere per fare un governo di cambiamento. Né Bersani, né gli altri leader dei partiti in Parlamento perdono tempo. Si creca una soluzione a un problema che non è fare un governo quale che sia, ma avere un governo di cambiamento all'altezza delle sfide che l'Italia ha davanti sul terreno della politica e dell'economia". Anche per Ignazio Marinol'accordo con il Pdl è inattuabile, indigeribile per la base del centrosinistra: "Le persone non capirebbero un'alleanza con il Pdl e con la Lega, che sono le stesse persone che hanno portato l'Italia sull'orlo del baratro".
"Fate presto" - Ma il quadro, nel Pd, non è di così semplice lettura. Non è delineato in modo così limpido. Il 'pensiero-democratico' non può essere ridotto a queste dichiarazioni. Nel partito, infatti, cresce la fronda di quelli che vogliono far fuori Bersani e consegnare chiavi e volante a Renzi (e lui infatti sta già lavorando per allargare il gruppo parlamentare di fedelissimi). La lotta è dura, la partita si gioca anche al Quirinale: se fallisse l'accordo su un "moderato" tra Bersani e Berlusconi potrebbe entrare in campo il rottamatore, forte del suo appoggio parlamentare (e dell'appoggio crescente nel partito). Potrebbe riuscire a trovare un nome spendibile e condiviso per il Colle (di fatto diventando il leader del Pd). La battaglia finale del rottamatore è iniziata. Lui lo sa, e tira dritto per la sua strada. Dopo le interviste, altre dichiarazioni: "Giorgio Napolitano è stato in questi sette anni un'assoluta certezza. Meno male che c'è stato. Dare la colpa della situazione al Capo dello Stato è una barzelletta. Ricorda quelli che quando vedono il traffico per la strada danno la colpa ai vigili". Altre badilate ai partiti, insomma. Poi Renzi continua a far schioccare le redini: "Fate presto. Le soluzioni tecniche, se si vuole, si trovano. Ma bisogna volerle e smettere di pensare ai destini dei leader politici". Un altro messaggio a Bersani. Un'altra pietra scagliata contro il segretario, sempre più debole, come dimostrano le grida di dolore dei fedelissimi.
Napolitano chiude: “Sul governo la parola ora spetta ai partiti”
Il manifesto di Barca: "Basta ipocrisie, il Pd è un partito di sinistra"
"Il desiderio è che si formi più rapidamente possibile un governo uscito dal voto espresso dal popolo. Il lavoro di questi giorni ho voluto accompagnarlo con una memoria politica che racconta cosa ho imparato: l'assoluta necessità di rafforzare i partiti, in particolare quello della sinistra". La sinistra e la crescita economica, i partiti e la riforma della "macchina dello Stato". Questi alcuni dei temi del 'manifesto' di Fabrizio Barca, illustrato questa mattina a Rainews24 nell'intervista al direttore Monica Maggioni.
Nuovo Pd
"Non è un altro partito, altrimenti non mi sarei iscritto al Pd ieri pomeriggio. Ma quel partito ha nelle mani buona parte delle sorti del nostro Paese, che ora ha bisogno di una radicale trasformazione della macchina pubblica, come è evidente: c'è bisogno di una pressione sociale canalizzata sotto forma di proposte da partiti. Senza partiti robusti non può esserci democrazia".
Il manifesto
"Ho cominciato a pensare questa cosa mentre ci innalzavamo in elicottero dal Sulcis. Ora dovremo capire se il documento che ho scritto può arricchirsi, interessa. La polarizzazione che si è creata, la situazione hanno impedito una discussione di ampio respiro: c'è una carenza di discussione sulla forma partito, da qui il mio contributo".
Finanziamento ai partiti
"Il finanziamento del partito deve dipendere dalle persone che fanno parte del partito e non dal finanziamento pubblico. Chi paga è il proprietario. Se alla fine il proprietario del partito è lo Stato, è inevitabile l'identificazione tra il partito e lo Stato. Le persone che fanno il partito lo devono anche possedere dal punto di vista finanziario".
Vizi e dimenticanze
"I partiti hanno finito per assecondare i vizi dei ceti medi urbani. E' uscito di scena il lavoro operaio: non è questione di fare un passo indietro, ma avanti. Il cuore dei movimenti deve tornare ad essere anche, non solo ma anche, il lavoro operaio. Nel nuovo partito queste voci devono tornare a parlare: non nelle grandi manifestazioni ma nei territori, nei luoghi di lavoro. Diversità è la parola fondamentale: l'Italia è un Paese policentrico. Il destino del Sulcis non si può decidere a Roma, ma con l'interazione con le persone del luogo, con le idee dei cittadini. Altrimenti si apre un solco fra cittadini e politica".
Libero: è un inguaribile comunista
"Mi sono convinto della forza del Pd in questo anno, non quando nacque, perché l'ho visto esistere nei territori. Se sento un contatto forte, di pancia, è con il territorio. Non si tratta di educare nessuno, di rifare un vecchio partito con qualcuno che dice'venite, vi insegno'. Si tratta di ricostruire a partire dal confronto sul territorio".
Orgoglioso di essere di sinistra
"Ho ragionato molto se dire quello che pensavo, ma non sopporto l'ipocrisia. L'Italia è l'unico Paese al mondo dove non ci si può dire di sinistra perché serve sempre la parola centro. Si parla di partito di centrosinistra per ipocrisia. I dogmatismi li ho superati: pretendere di sapere quale sia il mondo migliore, ad esempio. Willy Brandt negli anni '70 diceva che la cosa più di sinistra è il modo in cui arriviamo a capire cosa vogliamo: il processo, il confronto continuo, lo sperimentalismo democratico".
Principi inderogabili
"Usare la parola capitalismo: la usano negli USA, dove Zingales può dire che tra capitale e lavoro c'è una tensione. Questo crea un divario di poteri da riequilibrare, ad esempio con un forte sindacato".
L'incontro con Landini
"Voleva chiedermi se potevo partecipare a un convegno. Poi abbiamo parlato delle due tre cose che potrebbero rinvigorire il Paese".
Primarie
"E' un rimedio a una situazione che non va, ma generano l'illusione di democrazia chiedendo alle persone di poter sciegliere prima. Ma il confronto fra i candidati? E chi è eletto per 5 anni deve decidere chiuso e isolato? E' una visione lideristrica che lo sperimentalismo democratico in tutto il mondo sta corrodendo".
La Rete
"Per chi governa e per chi si aggrega è un luogo straordinario per capire e essere continuamente provocati. Quando però ho capito chi sono i miei mi devo confrontare con loro, discutendo sulel cose concrete incontrando persone sul territorio. Ci sono cose che non si capiscono da un tweet o da Facebook. Le capisco magari con una litigata di due ore. C'è un'illusione: l'avversione verso i partiti ha origine nella stessa nascita dei partiti come aggregazione di ineterssi di parte. L'illusione di creare in rete un luogo dove si uniscono dei puntini, delle anime... quei puntini se discutiamo con le persione si affaceranno nel partito".
Renzi e il timore si scissioni Pd
"E' contraddittorio con la mia idea il pensiero che possa esserci un 'partito B'. Mi auguro una discussione sul documento che ho pubblicato on line. E'un processo lento durante il quale si forma una squadra: la decisione la prensdono quelle persone, attraverso riunioni, incontri, litigate... Di Renzi condivido molte cose... Da ministro ho detto molte cose di merito: a Confindustria, ad esempio. Quando ci sarà un terreno di merito, lo affronteremo insieme".
Riforma Fornero
"con Ichino mi è capitato di trovarmi d'accordo ma anche no, sull'articolo 18. Ha ragione a mettere attenzione sulla riforma del mercato del lavoro, sui centri per l'impiego. Certo da Ichino ho molta distanza sulle sue idee di rapporto fra idee e capitale".