
C’era una volta il rottamatore fiorentino, “Fuori!”, “E’ il nostro turno!”, ripeteva. E finse pure di mandarli a casa – con sostanzioso vitalizio, s’intende – i D’Alema, Veltroni & C. Ma il ragazzo era nato democristiano e quando diventò segretario del Pd riaccolse tutti sul carro del vincitore. In fondo, come dire no al Fassino accovacciato stile Woodstock e plaudente alle sue kermesse?
Pensare che il leader di un partito che si dice di centrosinistra, uno solo ne doveva rottamare davvero: Silvio Berlusconi. Invece niente, il suo primo accordo è proprio con lui, che manco ci pensa più a trovare “L’anti-Renzi”: ha già Renzi!
E’ lui a risdoganarlo, a riportarlo al centro della scena. Poi gli basterà aspettare, perché il tempo gioca suo favore: col tempo Renzi si logorerà, lui riotterrà la candidabilità, e potrà fare opposizione dura al governo e vincere le elezioni. La rana Renzi e lo scorpione Berlusconi: l’una gli fa attraversare il fiume e l’altro non può fare a meno di pungerlo, è la sua natura.
Il tempo invece gioca a sfavore del virgulto toscano: deve fare in fretta, capitalizzare il consenso, disarcionare Letta prima che questi, restando in sella magari con qualche risultato, lo spompi definitivamente. Ma come fare?
Il ragazzo è molto furbo, ma anche molto fortunato. Quando sembra finito nella melma dell’abbraccio mortale berlusconiano, ecco che si ritrova sul suo carro anche il cavaliere più alto in grado: il Capo dello Stato. L’impeachment, la fiducia nei sondaggi che cala, le rivelazioni sulle manovre passate, lo hanno indebolito: perché non scaricare Letta – d’altronde, come ti ho fatto ti distruggo – e aggrapparsi al salvagente Renzi? Detto fatto: ecco bell’e pronto il nuovo Presidente del Consiglio.
La vanità, l’ambizione del giovane e la mancanza di memoria del paese (“Non voglio poltrone”, “Non vado al governo senza passare dal voto”…) fanno il resto.
C’è solo da risolvere la pratica Letta, perché lui – come Monti – non molla, non si accontenta del quarto d’ora di celebrità, si è abituato alla cadrega. Come fare? Basta offrirgliene un’altra?
Alla fine si convince a fare harakiri. Tra i due (ex) democristiani Renzi vince (e insieme a lui, Napolitano e pure Berlusconi) e Letta perde (unico vero rottamato). Ma soprattutto perdono gli italiani, che per il giorno in cui potranno tornare a votare avranno dimenticato come si fa; e comunque saranno ampiamente convinti che non serva a nulla, perché ciò che esce dalle urne viene disatteso, i governi si decidono altrove, e la politica, più che di loro, si occupa di se stessa.
E vissero tutti infelici e scontenti.
Renzi: c’era una volta il rottamatore
Se fossero le rivolte sociali ad abbattere il capitalismo?

Naturalmente, prima di tutto bisogna capire cosa si intende per capitalismo. La gente intende una miriade di cose diverse quando usa questo termine, avendo in mente probabilmente un’economia di mercato o un’economia con lavoratori stipendiati o forse solo un’economia in cui le aziende dominano. Quindi quello che si intende per anti-capitalismo potrebbe significare anti-mercati, anti-lavoro stipendiato e semplicemente anti-aziende grandi.
La mia definizione è quella propria di Marx: il capitalismo come relazione tra il popolo lavoratore distinto dai mezzi di lavoro e dall'organizzazione dell’economia e coloro che possiedono quei mezzi di lavoro. Tale relazione, per poter sopravvivere, richiede che la gente debba essere coinvolta in una transazione – vendere la propria abilità di lavorare ai suddetti proprietari. Ma la caratteristica del capitalismo non è semplicemente che la massa della gente deve essere stipendiata, ma anche che coloro che stanno acquistando la capacità di svolgere una data mansione hanno un solo interesse e solo uno: i profitti (e sempre più profitti). Ciò significa che gli acquirenti della forza lavoro sono capitalisti e il loro scopo è unicamente la crescita del capitale.
Ciò che il capitalista fa come risultato dell’acquisto di tale abilità dei lavoratori è il diritto a dirigerli nella produzione, esercitando tale diritto anche su tutto ciò che essi producono. Si tratta di un insieme di relazioni riguardanti la produzione abbastanza diverso, per esempio, dal concetto di cooperativa o di collettivo, dove i lavoratori si occupano essi stessi della produzione e rivendicano i propri diritti su ciò che producono. All’interno delle relazioni capitaliste, il capitalista ha acquistato il diritto a sfruttare i lavoratori in materia di produttività. Paga i lavoratori in media abbastanza da soddisfare i loro bisogni primari, ma ha acquistato il diritto a spingerli a produrre sempre di più rispetto a quanto a lui costa usarli. Ne risulta che il lavoratore produce un valore aggiuntivo, più soldi, più profitti per il capitalista, in definitiva il lavoratore produce più capitale per i capitalisti. E quel capitale, il risultato dello sfruttamento dei lavoratori, si accumula agli altri mezzi di produzione. Ne risulta che il capitale è il risultato di un precedente sfruttamento.
E proprio questo fu il messaggio centrale che Marx stava cercando di comunicare ai lavoratori. Cos’è il capitale? E’ il risultato di uno sfruttamento. Si tratta dello stesso prodotto dei lavoratori rivoltato contro loro stessi e per prodotto s’intendono tutti gli strumenti, i macchinari insomma tutto ciò che l’attività umana è in grado di ottenere (sia dal punto di vista mentale che manuale).
Ma in quale maniera tale prodotto viene rivoltato contro di loro? Prima di parlare di come questo sistema prende piede, come si riproduce, bisogna capire perché è così importante porsi questa domanda. Si pensi alla forza detenuta dai capitalisti per allargare il loro capitale e incrementare lo sfruttamento dei lavoratori. Come sono in grado di fare ciò? Un modo è quello di fornire sempre più lavoratori ai capitalisti, per esempio estendendo la giornata lavorativa o intensificando il giorno di lavoro (speedup). Un altro è quello di diminuire gli stipendi dei lavoratori e ancora un altro è quello di prevenire i lavoratori dall’essere i beneficiari dei progressi nel campo della conoscenza sociale e della produttività sociale. Il capitale è costantemente alla ricerca di modi per allungare la gioranata lavorativa ed intensificarla, il che naturalmente è contrario ai bisogni degli esseri umani di avere tempo per sé stessi, in modo da riposare o pensare alla propria crescita personale. Il capitale è anche costantemente alla ricerca di modi per abbassare gli stipendi, il che naturalmente significa negare ai lavoratori la capacità di soddisfare i loro bisogni esistenti e condividere i frutti del lavoro sociale. Come fa il capitalismo a realizzare tutto ciò? In particolare, ci riesce dividendo i lavoratori, mettendoli gli uni contro gli altri.
La logica del capitale non ha niente a che fare con i bisogni degli esseri umani. Quindi pratiche come l’uso del razzismo e il patriarcato per dividere i lavoratori, l'uso dello stato per colpevolizzare o schiacciare i sindacati, la distruzione di vite umane con l'impedimento di operazioni e lo spostamento verso luoghi in cui la gente è povera, dove gli accordi sono banditi e le regolamentazioni ambientali inesistenti, non sono accidentali, ma meri prodotti di una società in cui gli esseri umani sono semplici mezzi in mano al capitale. Potremmo andare avanti a parlare delle caratteristiche del capitalismo, ma penso che il punto principale sia ormai chiaro.
Quindi per tornare alla questione iniziale: perché il capitalismo continua ad esserci? Cosa lo rende saldo? Come si riproduce? Lasciatemi pure suggerirvi delle risposte.
La prima questione riguarda lo sfruttamento dei lavoratori, che non è poi così ovvio. Il meccanismo secondo il quale il lavoratore vende la sua abilità nel lavoro al capitalista che poi ne può beneficiare non è così evidente. Il contratto non dice: questa è la parte della giornata in cui stai lavorando per te stesso (soddisfacendo le tue richieste) e questa è la parte in cui lavori per il capitalista accrescendo il suo capitale. Piuttosto sembra che il lavoratore venda al capitalista una certa quantità del suo tempo (il lavoro di un giorno) e che questi ottenga l’equivalente in denaro. Così il lavoratore deve chiaramente prendere ciò che gli spetta: se le sue entrate sono poche significa che ha poco da vendere che abbia veramente valore, niente di più che possa contribuire al progresso della società (certamente molto poco rispetto a ciò che offre il capitalista). Detto ciò, il lavoratore dovrebbe essere contento di non aver nessun rendiconto personale. Di contro, in breve, non c’è sfruttamento. Marx fu molto chiaro su questo punto: gli stipendi sono salari attribuiti ad un certo numero di ore lavorative e tale concetto estingue ogni traccia di sfruttamento, “un qualunque lavoro appare come un lavoro pagato”. Dal punto di vista superficiale, quindi, non si tratta di sfruttamento, notò Marx sottolineando che “sia che il lavoratore reclami una giustizia sia che lo faccia il capitalista, il parlarne corrisponde ad una mistificazione del modo del capitalista di produrre” (173)*. Da notare che non è solo il capitalista a pensare non ci sia sfruttamento, ma è anche il lavoratore. Se questo fosse il caso, quando i lavoratori si ribellano, loro si ribellano non contro lo sfruttamento ma contro salari ingiusti o ingiuste condizioni lavorative, insorgono per ottenere migliori salari o per accorciare le ore lavorative ossia per ciò che essi ritengono giusto: "il giusto lavoro di un giorno per la giusta paga di un giorno". In breve, facendo ciò sfidano il sistema, ma sfidano solo i risultati ingiusti del sistema.
La seconda questione (e saldamente collegata alla prima) riguarda lo sfruttamento dei lavoratori nel processo di produzione. Questa fa sì che il capitale non appare come il risultato dello sfruttamento. Esso non viene riconosciuto come il prodotto stesso dei lavoratori. Quindi da dove proviene tutta la ricchezza? Qual'è la fonte dei macchinari, della scienza e di qualunque cosa accresca la produttività? Deve essere proprio il contributo del capitalista. Avendo venduto al capitalista l'abilità di lavorare (e tutti i diritti su ciò che viene prodotto), la produttività sociale dei lavoratori assume necessariamente la forma della produttività sociale del capitale. Il capitale fisso, le macchine, la tecnologia, la scienza, tutto i beni necessari appaiono solo come elementi costituenti il capitale. Marx commentava: "l’accumulo di conoscenza e di capacità delle forze produttive generiche del cervello sociale è assorbito dal capitale, al quale si oppone il concetto di lavoro che appare solo come un attributo del capitale" (156). Quello che sto descrivendo è la mistificazione del capitale. Quanto più il sistema si sviluppa, tanto più la produzione conta su un capitale fisso. Esso si basa sui risultati ottenuti dal lavoro precedente che prende la forma del capitale, quanto più il capitale (e il capitalista) diventa necessario ai lavoratori. Non vi è alcun modo, in breve, che possa dimostrare al lavoratore che egli stesso è dipendente dal capitale. Marx fece un commento molto significativo a riguardo.
L'avanzamento della produzione capitalista fa nascere una classe lavoratrice che per educazione, tradizione e costume si focalizza sulle esigenze di questa maniera di produrre giudicandole leggi naturali evidenti. L’organizzazione del processo capitalista riguardante la produzione, una volta che essa si è pienamente sviluppata, sconfigge ogni resistenza. (157)
Data la natura nascosta dello sfruttamento e la mistificazione del capitale, si ottengono ovviamente solide basi per la riproduzione del capitalismo come sistema. Ma c’è di più.
Una terza ragione che permette al capitalismo di sussistere, è che la società non appare solo dipendente dal capitale e dal capitalista riguardo a tutti i tipi di progresso. Come gli individui all’interno delle relazioni capitaliste, i lavoratori dipendono realmente dal capitale per fronteggiare ogni loro bisogno. Quanto più essi sono distanti dai mezzi di lavoro e si sentono obbligati a vendere la loro abilità a lavorare per poi ottenere i soldi che occorrono per il proprio fabbisogno, così i lavoratori hanno bisogno del capitalista, che è il mediatore tra loro e la realizzazione dei loro bisogni. Per il lavoratore stipendiato la vera tragedia non è la vendita della forza lavoro, ma è l’inabilità a venderla. Cosa c’è di peggio per uno che deve vendere un articolo di non trovare nessun compratore? I Lavoratori, sembra, s'interessano alla salute del capitalista, hanno interesse nell’aumentare la richiesta da parte dei capitalisti di forza lavoro: per educazione, tradizione e costume considerano i bisogni del capitale come leggi naturali ed evidenti, come leggi di buon senso. Affinché i lavoratori divengano lavoratori stipendiati occorre la riproduzione del capitale.
Abbiamo bisogno di ulteriori ragioni perché il capitalismo perduri come sistema? Lasciatemi considerare un altro punto prima di parlare delle implicazioni che ciò comporta. I lavoratori non dipendono semplicemente da un generico capitale in materia di mansioni e di abilità a soddisfare i loro più svariati bisogni, ma dipendono da particolari capitali! Precisamente, poiché il capitale esiste nella forma di molti capitali e quei capitali competono gli uni contro gli altri per espandersi, i gruppi di lavoratori legano la loro abilità a soddisfare i propri bisogni al successo di quei particolari capitali che danno loro impiego. In breve, non tenendo conto persino degli sforzi consci del capitale per dividere, si può affermare che esiste un concetto di base riguardante la competizione dei lavoratori nelle diverse fabbriche, sia all’interno di uno stesso paese che di questo con i paesi stranieri. In altre parole, i lavoratori di una fabbrica probabilmente considerano gli altri lavoratori loro nemici e per tale motivo fanno concessioni ai loro stessi datori di lavoro per poterli aiutare a competere meglio.
E' forse difficile, dunque, capire perché Marx affermerebbe che il capitalismo genera un lavoratore che guarda alle sue esigenze come a "leggi naturali a sé evidenti"? Quando si pensa alla dipendenza del lavoratore dal capitale, è forse difficile afferrare il senso del perché il capitalismo continui ad esistere? Dopo tutto Marx non solo propose che il capitalismo "abbattesse ogni tipo di resistenza", egli continuò col dire che il capitale può "contare sulla dipendenza del lavoratore dal capitale e tale dipendenza scaturisce dalle stesse condizioni della produzione e ne trae la garanzia per il suo perdurare" (899). Il capitalismo tende, in breve, a produrre i lavoratori di cui ha bisogno.
Bene, potreste pensare che stia presentando un'idea distorta del capitalismo, facendo in modo che il capitalismo sembri un sistema senza contraddizioni, un sistema economico stabile atto a far recapitare i beni di consumo. Che ne dite delle crisi economiche? Il capitalismo non urta inevitabilmente con le crisi, quelle inerenti la sua natura? Alcune persone predicono il collasso del sistema una volta a settimana. Non mi vengono in mente tanti argomenti per cui la crisi permanente del capitalismo incominciò nel momento della sua nascita. Ma il sistema ha delle crisi, periodi in cui i profitti calano, la produzione collassa, la gente si ritrova senza lavoro. Tali crisi allora non servono a dimostrare che occorre un nuovo sistema?
Senza dubbio una crisi economica conduce la natura del sistema economico alla base. Quando ci sono persone disoccupate, risorse, macchinari e fabbriche e, allo stesso tempo, persone con il bisogno effettivo di ciò che si potrebbe produrre, è quasi ovvio che la produzione capitalista non si basa più sui bisogni umani ma, piuttosto, solo su ciò che potrebbe essere prodotto per ottenere un profitto. Questo è il momento di mobilitare gente per esaminare il sistema. Tuttavia, fintanto che la gente continua a pensare che il capitale sia necessario, allora le soluzioni a cui essi guardano non saranno mai quelle in grado di sfidare la logica del capitale. (La stessa cosa risulterebbe vera nel caso delle crisi ambientali che il capitalismo produce). Fintanto che si considera il capitale come la fonte dei lavori, la fonte della ricchezza, la fonte di qualunque tipo di progresso, allora la risposta dei lavoratori sarà quella che non si ha voglia di uccidere la gallina che fa le uova d’oro.
Lo stesso punto deve essere relazionato con le lotte dei lavoratori contro il capitale per ridurre il giorno lavorativo, migliorare le condizioni lavorative ed aumentare i salari; punti diretti tutti contro gli specifici datori di lavoro ed anche rivolti ad irretire lo stato usandolo per i propri interessi. Fintanto che i lavoratori non considereranno il capitale come il loro stesso prodotto e continueranno invece a pensare come di consuetudine ai bisogni di floridi capitalisti (e nel loro stesso interesse), essi esiteranno dal produrre azioni che mettono in crisi il capitale. Fino a che i lavoratori non rinunciano all’idea che il capitale è necessario, uno stato sotto il loro controllo agirà per facilitare quelle condizioni che faranno estendere la riproduzione del capitale. Qui, in poche parole, vi è la triste storia della democrazia sociale che, nonostante la prospettiva soggettiva di alcuni dei suoi sostenitori, finisce col rinforzare il ruolo del capitalismo.
Dunque, ritorniamo alla nostra domanda: cosa fa sì che il capitalismo possa continuare ad esistere? Come fa il capitalismo a riprodursi come un sistema? Penso possiate soffermarvi sulla risposta che vi sto dando: il capitale tende a produrre la classe lavoratrice di cui ha bisogno. Produce lavoratori che lo considerano necessario. Tale sistema ne risulta ingiusto in quanto richiede costantemente di lottare per realizzare i propri bisogni, un sistema generato da persone che ti usano, ed ancora un sistema in cui la riproduzione del capitale è necessaria per la riproduzione di forze-lavoro stipendiate. Cosa fa sì che il capitalismo possa continuare ad esistere? Le forze-lavoro stipendiate. La nascita di forze-lavoro stipendiate è necessaria per la riproduzione del capitale.
Nota che non ho fatto alcun cenno al patriarcato e al razzismo. Alcune persone di sinistra sostengono che il patriarcato ed il razzismo sono condizioni necessarie per l’esistenza del capitalismo. Penso che si debba distinguere tra ciò che è necessario e ciò che è utile al mantenimento del capitalismo. Quando parliamo di necessità diciamo che senza x, il capitalismo non può esistere. Non penso che ciò sia altrettanto vero per il patriarcato ed il razzismo. Il capitale certamente usa il razzismo, il patriarcato, le differenze nazionali ed etniche, per dividere la classe lavoratrice, per indebolirla e per dirigere le sue lotte lontano dal capitale. Ma si potrebbero trovare molti altri modi per dividere ed indebolire i lavoratori. Come si potrebbe anche fare senza il razzismo o il patriarcato o come si potrebbe anche vivere con stipendi più alti o giorni lavorativi più corti (proprio come si è fatto senza apartheid ed il ruolo dei bianchi nel Sud dell’Africa). Il capitale, comunque, non potrebbe proprio convivere con una classe lavoratrice che, sì, capisce che il capitale è il risultato dello sfruttamento (per esempio che la ricchezza a cui far fronte non è il prodotto dei lavoratori nella loro collettività) ma che è anche preparata a lottare per mettere fine a tale sfruttamento.
Ovviamente, una classe lavoratrice con queste caratteristiche non cade dal cielo, non quando il capitale produce lavoratori che considerano le richieste del capitale leggi naturali a sé evidenti. La risposta, dunque, è che il partito d’avanguardia fornisce una coscienza socialista ai lavoratori ignoranti? Perché i lavoratori che sono i prodotti del capitale dovrebbero prestare attenzione a questi messaggi esterni? Questo quadro sembra come uno scenario d’inevitabile irrilevanza ed isolamento.
Lasciatemi sostenere, tuttavia, che il quadro non è necessariamente così desolato come sembra. Gli operai non sono semplicemente il prodotto del capitale. Sono formati (e si formano) attraverso tutti i tipi di relazioni in cui esistono. E trasformano essi stessi attraverso le loro battaglie, non solo quelle contro il capitale ma anche contro quelle altre relazioni come il patriarcato ed il razzismo. Anche se queste lotte potrebbero prendere piede interamente all’interno dei confini delle relazioni capitaliste, nel tentativo di ingaggiare lotte collettive, la gente sviluppa un nuovo senso di sé. Sviluppa nuove capacità, nuove coscienze sull’importanza delle lotte collettive. La gente che diventa soggetto rivoluzionario attraverso tali lotte, entra in relazione col capitale in modo diverso ed, entrando in contrasto con coloro che non sono in crecita, è aperta a sviluppare una comprensione della natura del capitale.
Ma sono soltanto aperti a questa comprensione. Tutte quelle azioni, dimostrazioni e lotte in sè non possono andare oltre il capitalismo. Poichè lo sfruttamento appare per lo più come un'ingiustizia e la natura del capitale è mistificata, queste lotte conducono soltanto alla richiesta d’imparzialità, per ottenere giustizia all'interno dei rapporti capitalisti, ma non giustizia oltre il capitalismo. Esse generano nel migliore dei casi un sindacato o una coscienza social-democratica, una prospettiva che è limitata da un senso continuo di dipendenza dal capitale, in altre parole, limitata dai rapporti capitalisti. Poichè la risposta spontanea delle persone in crescita, in sè, non va oltre il capitale, la comunicazione della natura essenziale del capitalismo appare critica al livello di non-riproduzione.
Per coloro che si trovano nella stretta del capitale, tuttavia, è necessario fare molto di più che una semplice comprensione della natura del capitale e delle sue radici nello sfruttamento. La gente ha bisogno di credere che un mondo migliore è possibile. Essi vogliono sentire che vi è un’alternativa, un qualcosa per cui ha valore lottare. A tale rispetto, descrivendo la natura di un’alternativa socialista ed analizzando le deficienze ed i fallimenti degli sforzi del 20 secolo, ne risulta una parte essenziale del processo nel quale le persone metteranno fine al capitalismo.
Se l'unione bancaria non fosse la soluzione?
Come è stato segnalato dal “monito degli economisti” pubblicato sul Financial Times, le attuali politiche economiche stanno accentuando i divari tra i paesi membri dell’eurozona. In queste condizioni l’unione bancaria, anziché salvaguardare i paesi più deboli, potrebbe accelerare la “mezzogiornificazione” delle periferie europee.
Lo scorso settembre il Parlamento europeo ha approvato il progetto di legge che trasferirà le funzioni di vigilanza bancaria dagli stati membri dell’eurozona alla Banca centrale europea. Vi è chi ritiene che questa ulteriore cessione di quote di sovranità nazionale a favore delle istituzioni comunitarie rappresenti la giusta strategia per uscire dalla crisi. Invocando “più Europa”, si dice, costringeremo i governi del Centro e del Nord dell’Unione ad uscire dalla tana nazionalista in cui ultimamente tendono a rifugiarsi. In effetti questa linea di condotta fortemente europeista non costituisce una novità per il nostro paese. Varie volte il processo di integrazione comunitaria ha rischiato di arenarsi ed è stato rimesso in moto grazie a improvvise accelerazioni impresse proprio da governi italiani. Tra gli esempi, Tommaso Padoa Schioppa usava ricordare l’elezione diretta del Parlamento europeo, decisa nel 1975 sotto la spinta della presidenza italiana, nonostante le obiezioni di Gran Bretagna e Danimarca; e l’Atto Unico Europeo del 1985, stipulato grazie alle pressioni italiane per un voto a maggioranza, contro il parere di Margaret Thatcher.
Soprattutto in tempo di crisi, tuttavia, una strategia basata su “più Europa” rischia di produrre spiacevoli effetti collaterali se viene portata avanti solo in alcuni settori mentre si arena in altri. Il completamento della unione bancaria europea è un caso emblematico, in questo senso.
I suoi sostenitori si augurano che l’unione bancaria dia presto vita all’agognata assicurazione europea sui depositi. Inoltre, essi affermano che l’unione potrebbe permettere alla Bce di svolgere con più informazioni, e quindi con maggiore incisività, l’invocato ruolo di prestatore di ultima istanza. Secondo i fautori, dunque, la cessione del potere di vigilanza favorirebbe soprattutto l’Italia e gli altri paesi periferici dell’Unione. Questi infatti patiscono la crisi più degli altri, e risentono quindi in modo particolare delle incertezze sulla robustezza patrimoniale dei loro istituti bancari e sulla capacità dei loro bilanci pubblici di sostenerli in caso di emergenza. Pertanto, prima si completa l’unione bancaria meglio sarà per i paesi periferici dell’eurozona.
Il problema, come svariati commentatori hanno segnalato, è che per arrivare all’assicurazione europea dei depositi e al prestito di ultima istanza bisognerebbe accettare una piena cessione alla Bce delle decisioni sulle future ristrutturazioni bancarie. L’istituto di Francoforte assumerebbe in tal caso un ruolo cruciale nella valutazione delle condizioni di solvibilità degli istituti di credito e nelle decisioni conseguenti circa l’opportunità di favorire liquidazioni, acquisizioni e fusioni bancarie su scala europea. Tuttavia, come è stato segnalato anche dal recente monito degli economisti pubblicato sul Financial Times, se lo scenario di politica economica non muta è ragionevole prevedere che le divaricazioni tra gli indici macroeconomici dei paesi centrali e quelli dei paesi periferici dell’Unione persisteranno, con effetti sui rispettivi bilanci bancari facilmente intuibili. La conseguenza è che l’Italia e gli altri paesi periferici potrebbero giungere all’appuntamento delle ristrutturazioni nello scomodo ruolo di debitori costretti a liquidare le banche alle condizioni fissate dai potenziali acquirenti esteri.
Vi è chi ritiene che la questione della nazionalità del capitale bancario sia in fondo secondaria. Ma anche tra i più convinti europeisti vi è chi teme che trascurare del tutto il problema finirebbe per aggravare quella che Paul Krugman ha definito la “mezzogiornificazione” dei paesi periferici della zona euro. Il dibattito è aperto, ma forse su un punto si potrebbe tutti convenire: in una situazione in cui si fatica a intravedere una svolta nelle politiche macroeconomiche di convergenza, è difficile immaginare come potrà ridursi la forbice tra i redditi dei paesi membri e quindi anche tra i bilanci delle rispettive banche. In definitiva, gli effetti dell’unione bancaria dipendono dall’efficacia delle politiche macroeconomiche di convergenza. Se queste non funzionano, la stessa unione bancaria potrebbe dare risultati diversi da quelli auspicati.
Perché sarebbe un disastro uscire dall'area euro
Un'uscita dalla moneta unica determinerebbe non solo un immediato disallineamento degli spread e una conseguente insostenibilità del nostro debito pubblico. Scatenerebbe un'inflazione a doppia cifra con un'esplosione dei costi energetici. In questo contesto la svalutazione non riuscirebbe a rilanciare le esportazioni e il Pil, visto che le filiere globali della produzione hanno già ridotto i vantaggi competitivi dei singoli paesi.
Evidentemente dodici anni di circolazione di una moneta buona non sono ancora bastati per scacciare la moneta cattiva della polemica populista. Tant'è vero che ogni giorno dai bastioni anti-euro arriva una bordata contro la valuta che è diventata unica il 28 febbraio del 2002 per 11 paesi europei per poi, negli anni successivi, entrare nei portafogli di altri sette. Colpi bassi, sostenuti anche da economisti isolati, fautori della tesi della "liberazione" dell'economia dalle catene di una moneta giudicata troppo forte per i paesi della periferia mediterranea e, quindi, per l'Italia.
Le reazioni solite a questa vulgata, quelle che propongono i fatti più duri e che sono sostenute non solo dalla maggioranza assoluta di economisti ma pure dai banchieri centrali, partono dagli effetti di breve termine e ovviamente insostenibili dell'eventuale break-up: l'immediato disallineamento degli spread, il default almeno parziale del nostro debito pubblico (che rifinanziamo sui mercati, in euro, al ritmo di circa 1 miliardo al giorno), il congelamento dei crediti alle aziende più indebitate e internazionalizzate, l'esplosione dei costi energetici e, infine, il ritorno di un'inflazione a doppia cifra.
Uno scenario drammatico al quale i sostenitori dell'uscita dall'euro contrappongono, come giustificazione della loro tesi, il vecchio arnese della svalutazione del tasso di cambio, magico strumento capace, a loro dire, di rilanciare l'export e la crescita del Pil.
Qualche mese fa a mettere in fila almeno quattro fattori che hanno definitivamente affossato l'equazione uscita dall'euro = svalutazione = rilancio di export e Pil è stato il centro studi di Confindustria. Rileggiamoli insieme.
Primo: la diffusione delle filiere globali riducono i vantaggi competitivi di una svalutazione. Non si vive più in un mondo in cui le imprese delle economie avanzate producono interamente in casa i loro beni e servizi importando solo materie prime. Ora si produce importando anche i semi-lavorati che servono a produrre i beni finali da esportare (in Italia, Spagna e Portogallo l'import di commodity e beni semi-lavorati è pari al 60% del totale). In questo nuovo contesto di "supply-chain globale" la svalutazione del cambio renderebbe queste importazioni assai più costose annullando l'eventuale guadagno di competitività.
Secondo: i sistemi bancari in crisi renderebbero difficile ottenere nuovo credito. In pieno credit crunch diventerebbe un'impresa impossibile per le aziende dei paesi più indebitati chiedere finanziamenti per sostenere l'aumento di produzione e soddisfare gli ordini derivanti dalla svalutazione.
Terzo: la più lenta risposta dell'export in un contesto concorrenziale nel quale i paesi più avanzati possono giocare sulla qualità dei loro beni e servizi piuttosto che sul prezzo. La spiegazione è semplice: serve tempo (e nuovi investimenti) per sostituire i semi-lavorati importati con produzioni proprie e mentre questa "sostituzione" si determina la concorrenza degli altri paesi avanza con la qualità (a parità di prezzo) dei loro prodotti.
Quarto: se tutti svalutano nessuno ci guadagna. Il caso citato è quello dell'Argentina del 2002 che ebbe successo abbandonando la parità fissa con il dollaro perchè i paesi vicini che importavano i suoi beni (Brasile e Messico) lasciarono immutati i tassi di cambio. Nel caso dei paesi deboli dell'eurozona la svalutazione sarebbe contemporanea e a guadagnarci di più sarebbero quelli con le maggiori quote di export destinate all'area euro, quindi l'Italia vedrebbe diluiti di molto gli eventuali vantaggi.
C'è un ultimo argomento proposto dagli analisti del Centro studi di Confindustria: per esportare di più (dopo aver svalutato) occorre poter contare su un'ampia base industriale capace di produrre beni commerciabili internazionalmente. E purtroppo quella base (che l'Italia ha) è stata fortemente indebolita dalla doppia recessione che ci ha colpito negli ultimi sei anni.
Invece di perdere tempo dietro impossibili exit strategy dalla moneta unica pretendiamo di essere rappresentati da una classe dirigente e politica capace, onesta e che faccia della attività di partecipazione alla vita pubblica destinata al perseguimento unico dell'interesse della collettività, una vera missione.
Povertà Globale, ecco il risultato della globalizzazione
Sono anni ormai che ci raccontano che la crisi globale sia tratta di natura finanziaria ma in realtà è il risultato della globalizzazione. E purtroppo la crisi attuale è solo una delle prime avvisaglie.
Quando nell’estate 2005 la maggior parte degli analisti prevedeva nuovi incredibili vette per i mercati azionari, erano invece evidenti le crepe del sistema capitalistico-finanziario globale.
L' analisi finanziaria partendo da considerazioni macro-economiche elementari evidenziava come l’occidente rischiasse con l’ingresso della Cina nel Wto la perdita del benessere dei suoi consumatori con l’esplodere progressivo di tutte le contraddizioni di un capitalismo finanziario sempre più rapace.
Nessuna salvezza? In questi anni si è pensato solo a salvare le banche e gli istituti finanziari in crisi, provvedendo con opportuni strumenti di prevenzione a livello comunitario ad evitare situazioni entropiche future.
Leggendo i vari messaggi degli imprenditori italiani ci si trova di fronte uno scenario sconcertante.
Alcuni danno colpa alle banche, altri allo stato che non paga ,altri alla burocrazia, alle tasse e così via.
Secondo la mia modesta opinione la vera causa di tutti i mali è stata la globalizzazione.
Finchè il costo del lavoro in Cina, India e altri stati al mondo sarà molto più basso che da noi il lavoro scapperà dall'Italia e diventeremo sempre e irrimediabimente più poveri.Non bisogna essere Professori o Economisti di alto livello per capire che solo ritornando a un mercato che protegga il prodotto italiano si potrà mantenere il lavoro in Italia.L'alternativa è il fallimento dell'intero sistema economico Italiano.
Non bisogna essere un illuminato politico al governo per capire che questa situazione non può reggere fino a quando per le importazioni dalla Cina si fa pagare una imposta del 2,5% e noi paghiamo per esportare in Cina una imposta del 12,5%......
Ma è possibile che nemmeno davanti all'evidenza dei fatti i nostri politici siano così ciechi dal non capire che il rimedio è sotto gli occhi di tutti?
Tassare il prodotto di importazione e scoraggiare la delocalizzazione delle imprese.
Perchè vogliamo solo avvantaggiare le multinazionali quando ormai un intero popolo soffre di questa situazione?La strada di inasprire le tasse e i controlli con uno stato di polizia sta creando le condizioni di una rivolta sociale senza precedenti.
Meditiamo su questo e cerchiamo di mettere riparo finchè siamo ancora in tempo perchè lo stato di sopportazione e di malessere che si legge nei messaggi è veramente al limite.
Proteggiamo i prodotti Italiani e allontaniamo così lo spettro di una rivoluzione sociale nata dalla mancanza di lavoro.