Sembra che il consistente aumento del debito pubblico, seguito alla socializzazione delle perdite private prodotte dalla recente crisi, sia diventato negli ultimi tempi il principale problema di molti paesi occidentali (in particolare, dell’area Euro). Molti commentatori sostengono che per uscire dalla crisi sono necessarie politiche economiche di “austerità”. Altri, invece, che le politiche restrittive causeranno una grave recessione (e un peggioramento dei conti pubblici). Esistono, quindi, posizioni alternative rispetto agli interventi di politica economica da intraprendere per contrastare la crisi. Da una parte, infatti, la spiegazione dei fatti recenti come una “crisi finanziaria” (con “effetti reali”), dovuta al fallimento di aspetti specifici dei mercati finanziari, potrebbe suggerire una soluzione “tecnica” dei problemi emersi, per continuare a percorrere la strada neoliberista “una volta riparate alcune buche”; dall’altra parte, l’inquadramento degli attuali problemi come il risultato di una “crisi sistemica” dovuta a “cause reali” (con “effetti finanziari” che hanno prima posticipato e poi amplificato la crisi) dovrebbe invece condurre ad un cambiamento radicale volto alla costruzione di un nuovo modello di sviluppo.
A nostro modo di vedere, le cause della crisi sono “reali” e derivano dalla svolta politica “neoliberista” avvenuta a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 del Novecento. Un ampio processo dideregolamentazione – dal mercato del lavoro alla globalizzazione dei processi produttivi, dalla finanza nazionale a quella internazionale – ha consentito un parziale recupero di profittabilità del sistema capitalistico, contrastando il declino post-bellico del tasso di profitto sfociato nella “stagflazione” degli anni ’70. A ciò è seguita una progressiva diminuzione della quota dei salari (soprattutto dei lavoratori low-skilled) sul reddito complessivo e un aumento delle disuguaglianze. I tagli al welfare state sono stati in parte compensati dall’“effetto di ricchezza” prodotto dalle bolle mobiliari ed immobiliari, mentre l’espansione del credito al consumo ha “risolto temporaneamente” il problema della carenza di domanda aggregata. Comunque, i profitti scaturiti dall’inversione dei rapporti di forza nel mercato del lavoro, sono stati reinvestiti solo in parte nell’economia reale dei paesi occidentali, mentre una quota crescente di produzioni è stata localizzata nei paesi low-cost(non a caso i tassi medi di crescita dei paesi avanzati dagli anni ’70 in poi sono stati inferiori rispetto ai decenni precedenti) e un’altra quota di profitti, sempre più rilevante, è andata a gonfiare il settore finanziario.
Gli stessi elementi alla base del modello neoliberista – deregolamentazione, finanziariazzazione, globalizzazione – hanno prodotto un crescendo di crisi, fino a quella più recente (e oltre), come risultato della crescita smisurata delle disuguaglianze, dell’instabilità finanziaria e degli squilibri commerciali tra paesi diversi. Nel frattempo, la Cina e gli altri paesi emergenti sono diventati sempre più rilevanti per gli equilibri globali, come conseguenza di un allargamento del “contenitore” dello sviluppo capitalistico avviato dagli stessi paesi avanzati (investimenti diretti esteri, multinazionali, etc.). Questo può far pensare ad uno spostamento del centro dell’accumulazione capitalistica verso sud-est, mentre l’Occidente sconta i problemi derivanti dagli eccessi della belle époque finanziaria degli ultimi anni e si avvia verso un relativo declino. In questa prospettiva, la “crisi finanziaria” è la manifestazione più evidente di un problema di fondo, “reale”, che riguarda il processo globale di accumulazione capitalistica.
A nostro avviso, le politiche di austerità che dovrebbero porre rimedio al dissesto delle finanze pubbliche, non solo non risolveranno questo problema (per quanto detto sopra) ma hanno soprattutto un altro obiettivo: quello di prolungare il crepuscolo del capitalismo di stampo neoliberista. Le politiche di austerità sono, cioè, la logica conseguenza delle crepe che si sono aperte nel processo neoliberista di accumulazione capitalistica e hanno l’obiettivo di posticiparne l’epilogo. Tanto per fare un esempio, il capitale finanziario ha interesse a speculare sui titoli pubblici dei paesi della periferia europea, ottenendo elevati rendimenti, mentre il problema della sostenibilità delle finanze pubbliche viene procrastinato di manovra in manovra, richiedendo sempre più sacrifici a larga parte della popolazione per salvare i paesi dal fallimento. Nel frattempo, un’ulteriore riduzione delle “rigidità” del mercato del lavoro dovrebbe assicurare una tenuta dei margini di profitto nei settori produttivi e lasciare libertà al capitale di indirizzarsi verso altri luoghi produttivi (ad esempio, i paesi emergenti) o, ancora, verso la finanza. In questo modo, la durata della fase critica si allunga ma i problemi di fondo restano irrisolti, fino alla crisi prossima ventura.
Da una parte, dato che l’obiettivo che ci si pone è di anticipare l’uscita dalla crisi (e di spostarne il carico sulle classi agiate), bisognerebbe puntare, secondo alcuni economisti, sul default dei paesi indebitati, per evitare pesanti sacrifici a larghi strati della popolazione che risultano esclusivamente in profitti per il capitale finanziario. Ecco, quindi, la bancarotta come contropotere finanziario nella proposta di Andrea Fumagalli e il default come ‘evento’ invece che come ‘processo’ nell’interpretazione di Guido Viale. Dall’altra parte, emergono alcune criticità di una tale strategia. Un default programmato presenta delle difficoltà tecniche e delle rilevanti conseguenze nazionali ed internazionali, come notato ad esempio da Vladimiro Giacché: il default dovrebbe essere “selettivo”, per evitare di colpire i risparmi di quella parte della popolazione alla quale si vorrebbero evitare i sacrifici richiesti dalla strategia di austerità; sembra però difficilmente percorribile la via di non ripagare i debiti legati ad uno stesso titolo se posseduti da alcuni soggetti (ad esempio, le istituzioni finanziarie) e ripagarli invece se posseduti da altri (ad esempio, lavoratori e pensionati); i mercati internazionali, per un certo periodo di tempo, eviterebbero di finanziare i paesi che decidono di procedere con un default; una conseguenza di tutto ciò (in Europa) potrebbe essere un’uscita dall’euro e una svalutazione (che in realtà potrebbe ulteriormente ridurre i salari, indirettamente, attraverso un aumento dei prezzi delle merci importate). Da una parte, poi, il ritorno alle monete nazionali renderebbe nuovamente disponibile ai singoli paesi lo strumento della politica monetaria per garantire il debito pubblico mediante l’intervento della propria banca centrale; dall’altra, però, bisogna considerare che la conversione del debito pubblico denominato in euro in una nuova moneta nazionale svalutata produrrebbe degli effetti simili al default, con una probabile ondata di fallimenti bancari. Ad ogni modo, nel caso dell’Italia, un’uscita dall’Euro (come conseguenza della bancarotta o del fallimento del progetto politico di integrazione europea), potrebbe non avere lo stesso effetto positivo sulle esportazioni nette che derivò dalla svalutazione del 1992, quando la competizione di prezzo dei paesi emergenti non aveva ancora raggiunto i livelli degli anni 2000 (ad esempio, dopo l’ingresso della Cina nel WTO a fine 2001). Una soluzione alternativa (a nostro avviso preferibile) consisterebbe in un aumento dell’imposizione sulle ricchezze che una parte minoritaria della popolazione ha accumulato negli ultimi decenni, per stabilizzare il rapporto debito/pil nel medio periodo, soprattutto mediante un aumento del suo denominatore. Ciò dovrebbe inserirsi in un disegno complessivo di politica economica che si fonda sul ruolo della banca centrale come prestatore di ultima istanza e su un progetto comune europeo di intervento pubblico. In altri termini, la sostenibilità delle finanze pubbliche dell’area euro verrebbe assicurata dalla “credibilità” della svolta politica alla base di una nuova direzione di sviluppo economico, con il fondamentale supporto della banca centrale europea.
Il problema è che questi rimedi dovrebbero trovare un deciso sostegno politico che, almeno per il momento, si è coagulato intorno a vari movimenti di protesta, ma in molti casi non viene assicurato (ovvero viene contrastato) dalla classe dirigente al potere. Il possibile aggravamento della crisi condurrà, a nostro avviso, ad un allargamento del sostegno ad un’alternativa radicale. Bisognerebbe, però, anticipare i tempi. A questo scopo, chi si oppone alla strategia neoliberista di gestione della crisi (da “Occupy Wall Street” agli “indignados” di tutto il mondo e ad alcune forze politiche, sindacali e sociali) dovrebbe considerare accuratamente i presupposti economici e politici della parte che si vuole contrastare, così come delle proprie azioni, senza rinunciare ad un indispensabile atteggiamento conflittuale, ma proprio allo scopo di migliorarne l’efficacia. Non è detto, infatti, che le “condizioni materiali” dell’evolversi della crisi (elevata disoccupazione, flessibilità del lavoro, austerità fiscale) siano le più idonee per mettere in moto un cambiamento politico; nell’attuale situazione, anzi, la gestione neoliberista della crisi tende proprio a rafforzare le basi dell’accumulazione capitalistica (cioè ad indebolire ulteriormente le classi lavoratrici). In questo contesto, comunque, la violenza fine a se stessa è senz’altro da evitare, in quanto costituirebbe una strategia destinata a rendere probabile una svolta repressiva, che noi vogliamo evitare e che, invece, con un’azione di contrasto al conflitto sociale, assicurerebbe un prolungamento della fase neoliberista. È quindi necessario sostenere politicamente una ripresa dell’intervento pubblico per gettare le basi di una ripartenza economica “dall’alto” che, a sua volta, rafforzerebbe la costruzione “dal basso” di un’alternativa radicale al neoliberismo.
In questa prospettiva, i salvataggi pubblici andrebbero condotti nella forma di “nazionalizzazioni” o di partecipazione al capitale in proporzione all’intervento attuato, in un contesto che prevede (anche per l’area euro, con un cambiamento del quadro politico ed istituzionale) un ruolo attivo delle banche centrali come “prestatore di ultima istanza”, a sostegno dei governi. Tale strategia sarebbe però incompleta se il settore pubblico, anche grazie alla gestione diretta del credito o alla compartecipazione nelle decisioni bancarie, non svolgesse il necessario ruolo di propulsore di una nuova fase di sviluppo (programmazione), creando quindi le basi per nuove opportunità di profitto per il capitale privato, in un’ottica di collaborazione pubblico-privato (per una proposta che segue una direzione simile, basata su una strategia di reflazione e sviluppo, si veda ). L’aumentata profittabilità contribuirebbe poi a distogliere l’attenzione del capitale dai profitti ricavabili dalla privatizzazione dei “beni comuni” (dall’acqua, all’istruzione, alla cultura, etc.) e dalla speculazione finanziaria, che dovrebbe essere limitata da una seria revisione della regolamentazione dei mercati creditizi e finanziari, mettendo in discussione il primato accordato alla liquidità finanziaria e cambiando quelle regole che, proprio perché sono state seguite, hanno innescato una grave crisi finanziaria.In particolare, il settore pubblico dovrebbe promuovere gli investimenti nei settori ad elevato contenuto di lavoro (istruzione, ricerca, sanità, servizi alla persona e alla famiglia, etc.) – invertendo così la dinamica che sta invece caratterizzando l’attuale evoluzione della crisi – e quelli legati alle tecnologie verdi e al risparmio energetico.
In una fase recessiva, l’investimento pubblico non spiazzerebbe quello privato ma piuttosto creerebbe le basi per un suo aumento all’uscita dalla crisi. La “politica keynesiana” di sostegno alla domanda aggregata, attraverso un opportuno indirizzo degli investimenti, sarebbe anche una “politica industriale” che, con un’adeguata spesa in formazione, accompagnerebbe la transizione verso nuove specializzazioni produttive dei lavoratori “intrappolati” nei settori che presentano redditi in declino (con un impatto potenzialmente negativo in termini di minore domanda per gli altri settori), come conseguenza di un persistente aumento della produttività – l’agricoltura all’epoca della Grande Depressione e la manifattura negli ultimi decenni.
L’Europa dovrebbe procedere unita (dall’integrazione delle politiche fiscali all’organizzazione del conflitto sociale) e l’idea degli eurobonds, per salvaguardare la stabilità finanziaria dell’area dell’euro e, soprattutto, per finanziarie l’azione pubblica su scala europea, è una delle iniziative alle quali dare seguito. In quest’ottica, le forze progressiste dovrebbero collaborare per proporre ai cittadini europei una piattaforma politica comune ed alternativa al modello neoliberista che, sostenuto dalla teoria economica dominante, ha travalicato i confini dei “partiti conservatori” per trovare sostenitori nei vari progetti di “centro-sinistra” (con qualche elemento di mitigazione sociale), e che ha ancora influenti sostenitori.
Alla base di questo progetto politico progressista, dovrebbe esserci un’estensione dell’accesso all’istruzione (e alla ricerca), come base di un modello di sviluppo ispirato al principio diuguaglianza. Evidentemente, sono tanti gli aspetti che rendono diverso un essere umano dall’altro, ma a nostro modo di vedere le caratteristiche che abbiamo in comune prevalgono sulle differenze, che sono quindi dovute soprattutto al contesto socio-economico (si veda, per un’analisi recente,). Consideriamo l’esempio proposto da Adam Smith: “La differenza tra i caratteri più dissimili, per esempio, tra un filosofo e un facchino, sembra sia imputabile non tanto alla natura quanto all’abitudine, al costume e all’educazione”. Tra i possibili interventi volti a contrastare i risvolti sociali negativi della necessaria divisione del lavoro, un ruolo di primo piano spetta proprio all’istruzione, che si configura come un aspetto centrale sia per lo sviluppo economico che per una consapevole partecipazione delle persone alla vita pubblica. A questo proposito è interessante il richiamo fatto recentemente da Guido Rossi all’illuminista Nicolas de Condorcet che aveva individuato l’origine della crisi dell’ordine liberale e della libertà degli scambi del ‘700 nella trasformazione del denaro in potere politico, e del potere politico in influenza sui mercati. Già allora Condorcet poneva come prioritario l’accesso di tutti i cittadini all’istruzione. A nostro avviso, un ripensamento radicale sulle imposte di successione e, in generale, sui patrimoni, avrebbe un chiaro valore simbolico in questa prospettiva, oltre a fornire le basi materiali per un ampio processo di estensione del diritto ad un’istruzione universale
La crisi neoliberista e un nuovo modello di sviluppo
Monti, Suicidi di Stato
Se un imprenditore, una persona, un uomo, una donna, arriva al gesto estremo di togliersi la vita perché oberato dai debiti bisogna riflettere. Sulle responsabilità evidenti delle istituzioni, degli enti di riscossione, dell'esecutivo incapace di assumere provvedimenti per la risoluzione della crisi e per il sostegno di quei lavoratori ed imprenditori che non riuscendo più a far fronte alle problematiche della quotidianità si abbandonano al gesto estremo; un grido di dolore che squarcia il silenzio della indifferenza. Ma bisogna anche riflettere sul messaggio distorto che i media e le istituzioni stesse stanno fornendo alla pubblica opinione circa l'evasione. E' del tutto evidente che nel marasma della piccola e media imprenditoria italiana si inseriscono fenomeni di micro evasione totale o parziale che sottraendo risorse economiche alla imposizione fiscale creano danni al tessuto industriale economico e sociale del paese. Ma è altrettanto evidente che ci sono invece persone abituate al lavoro che oberate da cartelle esattoriali inique, da una imposizione fiscale opprimente e da una rigidità burocratica della pubblica amministrazione disagevole ed obsoleta, si vedono andare in frantumi i sogni di una vita perdendo subitaneamente tutto ciò che in anni è stato faticosamente costruito. E questi ultimi sono certamente un numero più significativo. Ed i drammatici eventi che funestano le cronache sempre più spesso, purtroppo ne sono la testimonianza empirica più significativa.
Si sono suicidati in ventitrè dall' inizio dell' anno, i piccoli imprenditori che non ce l' hanno fatta a sopportare la durezza della crisi economica. Un suicidio ogni quattro giorni. Il dato arriva dalla Cgia di Mestre, l' associazione artigiani e piccole imprese, che sottolinea anche come un' impresa su due chiuda i battenti entro i primi cinque anni di vita. Non regge al mercato, ma soprattutto al peso dello Stato sul mercato, viene prima o dopo stritolata fino ad essere costretta a mollare. «Tasse, burocrazia, ma soprattutto la mancanza di liquidità - dice Giuseppe Bortolussi, segretario di Cgia Mestre - sono i principali ostacoli che costringono molti neoimprenditori a gettare la spugna anzitempo. È certamente vero che molte persone, soprattutto i più giovani, tentano la via dell' impresa in proprio senza avere il know how necessario, tuttavia questo è un segnale preoccupante anche alla luce delle tragedie che si stanno consumando in questi ultimi mesi». Tra i 23 suicidi di piccoli imprenditori di questa prima parte del 2012, 9 sono avvenuti in Veneto, il 40 per cento del totale, un triste primato che colpisce una regione che è sempre stata «motore» dello sviluppo economico per la piccola e media impresa. Domani a Vigonza, in provincia di Padova, nascerà l' Associazione familiari imprenditori suicidi, ma intanto la crisi travolge sia il Nord sia il Sud e la lista stilata dagli artigiani registra tre suicidi in Puglia, e altrettanti in Sicilia e Toscana (venerdì un manager di 42 anni si è tolto la vita gettandosi sotto un treno a Sesto Fiorentino); nel Lazio si sono ammazzati in due, una vittima anche in Lombardia, una in Liguria e una in Abruzzo. «Il meccanismo si sta spezzando - continua Bortolussi -. Questi suicidi sono un vero grido di allarme lanciato da chi non ce la fa più. Le tasse, la burocrazia, la stretta creditizia e i ritardi nei pagamenti hanno creato un clima ostile che penalizza chi fa impresa. Per molti, il suicidio è visto come un gesto di ribellione contro un sistema sordo e insensibile che non riesce a cogliere la gravità della situazione». Sempre la Cgia presenta un raffronto drammatico tra il 2004 e il 2009. Se nel 2004 le aziende che non superavano i 5 anni di apertura erano il 45,4 per cento del totale (Lazio 51,1 per cento, Campania 49,8 per cento, Calabria 49,1 per cento, Sicilia 48,3 per cento); cinque anni dopo la percentuale sale a 49,6 per cento (Lazio 54,6 per cento, Sicilia 51,9 per cento, Calabria 50,4 per cento e Liguria 50,1 per cento. La situazione descritta preoccupa ancor di più e si considera, sottolinea ancora la Cgia di Mestre, che il 58 per cento dei nuovi posti di lavoro è creato dalle imprese con meno di 10 addetti e che, come risulta dai dati Istat, il 60 per cento dei giovani italiani neoassunti nel 2011 è stato assorbito dalle micro imprese con meno di 15 addetti. «È chiaro che il governo - conclude Bortolussi - non può non intervenire abbassando il carico fiscale sulle imprese e in generale sul mondo del lavoro, altrimenti sarà difficile far ripartire l' economia del Paese». Anche l' Istat comunica dati critici sulla situazione dei suicidi «economici». Ma meno drammatici, tenendo tuttavia presente che ci si riferisce al 2010 e non agli ultimi due anni, che sono quelli nei quali la crisi si è fatta più sentire: nel 2010 le persone che si sono tolte la vita per motivi economici sono state 187, 182 uomini e cinque donne, un numero inferiore rispetto al 2009, quando erano state 198.
Insomma il governo Monti sta smantellando progressivamente lo stato sociale, e le ripercussioni sono soprattutto sociali più che economiche.
Fa dietro front sulla tassa agli immigrati, ma è irremovibile con i pensionati italiani; ai poveri e ai vecchi nega ogni possibilità di sussistenza, con leggi ingiuste e vessatorie.
La sinistra gridava al conflitto di interessi su Berlusconi, ma oggi esiste un ministro che ha lo stesso e identico problema, ma non si dice.
Monti spende inutilmente fondi pubblici per i cacciabombardieri militari e non interviene in maniera decisa sulla assegnazione delle frequenze della tv digitale: vuole guadagnare tempo o forse è conscio del fatto che un emendamento in tal senso porrebbe inesorabilmente termine al sostegno del suo esecutivo da parte di Berlusconi e del suo partito.
Spread e borsa continuano male come prima.
A tutto questo, aggiungiamo livelli di tassazione ormai insostenibili, gli imprenditori, quelli medi e piccoli non hanno accesso al credito e qualcuno si uccide, al pari di un pensionato.
La classe politica si indigna ipocritamente contro Grillo "reo" di avere detto la verità su Equitalia e pochi considerano le ragioni di gesti violenti che comunque vanno censurati e condannati.
Insomma, tira davvero brutta aria, attenzione.
L'impressione è che Monti stia tirando la corda e purtroppo sempre da un solo lato....Infatti di suicidi di banchieri nemmeno l'ombra...
Caro Monti, Più welfare, meno liberalizzazioni
Basta guardare a quello che sta succedendo in Italia: la recessione è iniziata nel 2008 e l'anno successivo il Pil ha registrato un crollo senza precedenti: oltre il 5%. Poi nel 2010 c'è stata una leggera ripresa, ma già nel 2011 il Prodotto interno lordo è cresciuto di appena mezzo punto. Per quest'anno è attesa una nuova caduta di circa il 2%. Secondo gli economisti più ottimisti l'andamento dell'economia ha un segno grafico rappresentato dalla lettera «W» (double dip, in inglese) che significa recessione, piccola ripresa e nuova recessione. Questo andamento era largamente prevedibile osservando ciò che stava accadendo ai settori produttivi. In primo luogo l'industria che, anche nella fase di ripresa del 2010, non ha mai recuperato i livelli pre-crisi, ma, nel momento migliore, è risultata del 15% inferiore a quei livelli.
I dati diffusi ieri dall'Istat (anticipati dal Centro studi Confindustria) confermano che all'inizio di quest'anno (gennaio e febbraio) la caduta della produzione è diventata ancora più violenta. D'altra parte i dati sulle ore concesse di Cassa integrazione l'avevano largamente anticipato. Per Corrado Passera si tratta di dati «attesi» per contrastare i quali, tuttavia, il governo non ha fatto nulla.
La crisi attuale era stata anticipata anche dal Fondo monetario che in un report dell'aprile 2009 aveva scritto che la crisi (allora virulenta a livello mondiale) sembrava avere un andamento grafico a «L» che la rendeva simile alla crisi del '29. Quando a una caduta della produzione (e del Pil) molto forte era seguita una fase di stagnazione lunghissima, interrotta solo dalla «ripresa» conseguente la seconda guerra mondiale. I grandi della terra hanno finto di non accorgersi (come fa oggi Monti) di quello che stava accadendo e hanno concentrato tutte le attenzioni sulla crisi della finanza e sul risanamento dei conti pubblici con manovre restrittive, come sta facendo Monti. E questo ha prodotto un effetto perverso: frenando la crescita del Pil ha provocato un aumento del deficit e del debito pubblico. Di qui la necessità di nuove manovre correttive che a loro volta frenano la domanda globale e creano nuovi disoccupati.
Insomma, siamo di fronte a una situazione drammatica dominata oltretutto da una ideologia perversa: solo le liberalizzazioni, le privatizzazioni e il basso costo del lavoro possono rilanciare i sistemi economici. Produrre più merci anziché allargare l'area del welfare non genererà nuova crescita, ma solo nuove crisi e povertà diffusa.
Finanziamenti ai partiti: è tutto un "MAGNA MAGNA"
Che solerzia. Eppure già nel 1993 un referendum aveva abolito i finanziamenti ai partiti. Poi l'astuzia dei nostri politici era riuscita a riportarli in vita sotto forma di “rimborsi elettorali”. Risultato: non esistono più finanziamenti pubblici, ma rimborsi stratosferici che, ad esempio, dal 1994 al 2008 hanno rinvigorito le casse partitiche con 570milioni di euro. Una burla contro i cittadini? Ma che, l'impegno profuso dai leader politici costa: se un tesoriere stressato dalle fatiche insite nella macchina politica vorrà svagarsi bisognerà mandarlo in vacanza con la famiglia; se un figlio “trota” dovrà laurearsi perché gli si spalanchino le porte del Pirellone, bisognerà mandarlo nella migliore università, magari a Londra. Possibile che gli italiani non capiscano? Fin dai tempi di tangentopoliuna nuova forma di governo ha soppiantato i vichiani corsi e ricorsi storici con un'inedita evoluzione (involutiva): “Il governo del magna magna” o - se vogliamo - “la democrazia opportunista”, dove per “Governo del popolo” non si intende una struttura decisionale che attribuisce sovranità ai cittadini, ma mera opportunità di nascondere ogni responsabilità imputandola a qualcun altro. In questo caso, di fronte allo scandalo che ha investito Margherita e Lega Nord, la politica si è guardata bene dall'ammettere la comune colpa di consentire una grave ingiustizia ai danni del popolo: l'ennesimo privilegio della casta. Poi, ancora una volta, promette di fare da sé come ha fatto quando ha assicurato la riduzione del numero dei parlamentari o del loro stipendio. Ma correre ai ripari servirà a contenere la rabbia dei cittadini? Quanto si tirerà la corda prima che la delegittimazione della politica, ormai in atto, porti a conseguenze ben più drammatiche e meno circoscritte di quelle a cui siamo ormai abituati ?
I SOLDI E I PARTITI: la banda bassotti non molla il bottino!
Devono essere, però, interventi in grado di prendere realmente il toro per le corna, evitando sia i pannicelli caldi conditi con un po’ di inutile retorica, sia draconiane misure che finiscono per uccidere il toro, e cioè i partiti che, ci piaccia o non ci piaccia, rappresentano comunque un veicolo fondamentale di rappresentanza nella nostra democrazia.
Ed è inevitabile che quando i giornali sono pieni delle cronache delle varie malefatte e si parla di fare con urgenza un decreto legge, l’imperante populismo di italica tradizione corre il pericolo del buco nell’acqua, pur di placare le folle inferocite.
TANTE IDEE
Bisogna innanzitutto dare atto ai nostri politici che le idee non mancano. Suggerisco una rapida occhiata a un dossier predisposto dalla Camera nel maggio 2011 dove si tenta di dare una quadro completo ed esaustivo delle tante proposte di legge presentate in Parlamento. (1)
In poche parole, si cerca di mettere ordine nei flussi di finanziamento, riducendoli (anche se va dato atto che negli ultimi anni una parziale riduzione si è già realizzata) e commisurando maggiormente il rimborso pubblico a quello che realmente si è speso. Si cerca anche di disciplinare i finanziamenti privati, attraverso una maggiore trasparenza, ma è questa una componente di gran lunga inferiore a quella pubblica e che, viste le conseguenze delle ultime vicende sul gradimento riscosso dai partiti, non è certo destinata a crescere. (2)
È interessante notare che molte proposte legano la riforma del finanziamento alla introduzione di standard di democraticità della vita interna delle organizzazioni politiche, in un tentativo di applicare l’articolo 49 della Costituzione rimasto finora lettera morta. (3)
La consapevolezza è quella che comunque il finanziamento pubblico è necessario per garantire a tutti la cittadinanza politica, conclusione condivisibile e coerente con le scelte che secondo diverse modalità fanno gli altri paesi europei (e infatti alcune proposte si ispirano proprio a queste scelte).
Ma se “a monte” c’è una innegabile esigenza di riordino e di sobrietà, il vero nodo da scogliere è “a valle”, e cioè come le risorse vengono gestite. I fatti di questi giorni testimoniano che è nelle opache (per usare un eufemismo) modalità di governo dei fondi che si annidano i veri virus della patologia.
Anche qui le proposte di riforma abbondano e vanno tutte nella direzione di sottoporre le finanze dei partiti a sistemi di rendicontazione ispirati alle migliori best practice di governance, ad esempio sottoponendo i bilanci a revisione contabile, e istituendo strutture di controllo interno analoghe a quelle societarie. Alcuni partiti (il Pd) stanno già sperimentando questi strumenti, che però non sono ritenuti sufficienti se non coniugati con efficacicontrolli esterni. E qui si invoca la creazione di una nuova Authority oppure l’ampliamento dei poteri della Corte dei conti che già adesso controlla i consuntivi delle spese elettorali.
Nessun dubbio che un buon sistema di controlli interni può contribuire quantomeno a prevenire le più sfacciate irregolarità, ma, e proprio l’esperienza societaria lo dimostra, non possiamo aspettarci miracoli. Così come, visti i criteri spesso utilizzati nel passato, sarebbe ipocrita nascondersi il pericolo della composizione con “il bilancino” della nuova Authority e di una sua debole autonomia e reale efficacia. Un pericolo opposto per il ruolo della Corte dei conti, che in astratto, ma è sempre meglio pensarci per tempo prima che la frittata sia fatta, potrebbe comportare una eccessiva invadenza della magistratura contabile sulla pubblica amministrazione, nei confronti della vita di associazioni private e della loro capacità di espressione politica.
LA FINANZA SEPARATA DALLA POLITICA
Un strada potrebbe essere quella di recidere il legame tra partito e finanza esternalizzando la gestione dei fondi. Un meccanismo simile a quello previsto per i fondi di investimento con un soggetto terzo (un intermediario specializzato) che assume la veste di depositario delle risorse e che ne garantisce un governo in grado di tracciarne i flussi. È evidente che questo comporta una riduzione dell’autonomia dei partiti, ma il vantaggio sarebbe una maggior garanzia preventiva con il rendere più indipendente e oggettiva la funzione di gestione finanziaria (ci si è mai chiesti perché quando viene nominato un nuovo segretario di partito, questo quasi sempre cambia subito il tesoriere?) e introducendo un filtro più chiaro e più solido con la funzione di indirizzo politico.
Un altro filtro potrebbe essere rappresentato da un rafforzamento, insieme a una più organica regolamentazione, del finanziamento indiretto e cioè di tutto l’insieme dei servizi ai quali far accedere i partiti per agevolare la loro attività. (4).
Si tratta sicuramente di sperimentare strade innovative che non rappresentano certo la panacea contro tutti i mali, ma offrono un segnale forte. Secondo il vecchio detto, è difficile guadagnare la fiducia ma diventa quasi impossibile recuperare quella persa e oggi i partiti hanno bisogno, per il bene della nostra democrazia, di segnali forti e di strade innovative.
(2) Il che non toglie che comunque una organica regolamentazione in materia non sia necessaria, ma forse più sul versante di come gli interessi privati condizionano l’attività politica attraverso le lobby. F. Vella, Capitalismo e Finanza, Il Mulino, 2011, p. 65 ss.
(3) E. Cheli, “Una legge quadro per i partiti”, in Il Mulino, 2011, p. 932 ss.
(4) R. Borrello, La disciplina del finanziamento della vita politica in Italia, in Giornale di diritto amministrativo, n. 12 , 2008, p. 1287